SUPERGA: In ricordo di Valentino e Compagni

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« Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto “in trasferta”. »

NARDONE

Con queste splendide parole il giornalista Indro Montanelli ricordava, nell’edizione del “Corriere della Sera” datata sette maggio millenovecentoquarantanove,  l’invincibile undici Torinese in granata attivo negli anni Quaranta del secolo decimo nono, vittima di uno dei più tragici incidenti nella storia del traffico aereo: quello verificatosi a Superga il quattro maggio di quel medesimo anno. L’obiettivo che mi prefiggo non è quello di narrarvi in maniera pura e semplice la storia del Grande Torino, bensì quello di riflettere insieme con Voi, cari Lettori, sul grande insegnamento che Valentino Mazzola e Compagni sono stati in grado di trasmetterci, sia in campo sia al di fuori di esso.

Nove anni or sono, insieme con il mio defunto padre (cui va tutta la mia gratitudine), ho avuto il piacere di vedere il film-documentario intitolato “Il Grande Torino, in cui il noto attore Siciliano Giuseppe (Beppe) Fiorello interpreta egregiamente la parte di capitan Mazzola, persona il cui intervento si rivelerà determinante per la carriera calcistica dell’indiscusso protagonista dello sceneggiato, Angelo Di Girolamo, giovane Partenopeo emigrato a Torino con la sua famiglia -padre, madre un fratello maggiore ed una sorella minore- in cerca di un avvenire migliore.

Il personaggio di Angelo incarna la figura dell’intraprendenza, della volontà di fare, nonché della consapevolezza di poter realizzare -non senza difficoltà- il suo grandissimo sogno: quello di diventare calciatore professionista e poter vestire un giorno la maglia granata. Egli riuscirà nel suo intento, ma ciò non sarà per nulla facile: la sua famiglia versa in condizioni economiche disagiate, il padre lavora a giornate -ed a nero- presso un cantiere di periferia, il fratello si rende protagonista di alcuni furti a discapito del pasticciere presso il quale lavora; il giovane Angelo, ciononostante, non si fascerà la testa: andrà avanti per la sua strada, imparando dai propri errori (primo tra tutti quello di aver trascurato gli studi per il calcio, cosa che gli costerà l’iniziale disapprovazione da parte del padre) e seguendo con fedeltà ogni consiglio datogli da Mazzola, primo tra tutti quello di giocare “usando il cervello” (ragion per cui egli sarà invitato a riprendere la scuola con la debita solerzia, pena il licenziamento ad opera del club). Ciò gli permetterà di trascinare la formazione Primavera del Toro al successo e di conquistare poi un posto in prima squadra, in quell’undici il cui giuoco era in grado di incantare tutti, persino i sostenitori delle formazioni rivali: celeberrima era la tecnica del cosiddetto “Quarto d’ora Granata”, schema consistente nel recupero di eventuali risultati di svantaggio (o non ancora sbloccati) nel corso degli ultimi quindici minuti grazie a una richiesta di incitamento rivolta da Mazzola ai tifosi, precisamente al trombettiere dello stadio “Filadelfia”, tale Oreste Bolmida.

A quell’epoca il fattore che contava nella disciplina calcistica era fuor di dubbio il bel giuoco espresso dagli atleti, ed il Grande Torino ne costituisce un valido esempio: tale modo di giocare a pallone era sovente fonte di sportività da parte dei rivali, i quali manifestavano non di rado un atteggiamento di riconoscenza nei confronti degli uomini in granata e di Mazzola in particolare. Di non minore importanza era il rigore del codice etico dei clubs sportivi (dunque non solo calcistici) dell’epoca, ed erano previste sanzioni di una certa entità per i dipendenti che non ne rispettavano le disposizioni. Insomma, proprio l’opposto del calcio odierno, definito a ragione veduta dai più come un mero business.

Rivolgo allora il seguente monito a tutti coloro che amano lo sport: non smettete mai di credere nelle possibilità di unione che quest’ultimo ci offre, senza farsi indurre a tramutare una qualsivoglia “rivalità” in odio, rancore o violenza; ed invito altresì ogni società ad attribuire la debita priorità al bel giuoco ed alla solerzia, non a degli sporchi soldi. Soltanto in tal maniera il Grande Torino di Mazzola e Compagni potrà continuare a vivere nei nostri cuori!

 

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Redazione

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