Superare il Pd per rifondare il Pd di Cesario Marino

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Quasi cinque milioni e mezzo, il 19% dei votanti e un totale di 69 seggi alla Camera e 40 al Senato. Siamo di fronte alla più grande sconfitta che il mio partito, il nostro partito, il Partito Democratico abbia mai subito. Il PD ha perso su più fronti, non perché gli avversari fossero più bravi, ma perché quelli bravi siamo stati noi: a perdere, da soli o quasi.

Abbiamo perso al Nord, portando a casa e non senza difficoltà solo l’Emilia-Romagna; abbiamo perso al Centro nelle regioni “rosse”, lasciando alcuni dei nostri poli strategici alla destra perdendo i legami sui territori e la fiducia della Base; abbiamo perso, e forse è questo il nervo più sensibile, al Sud, dove vivo. Qui i ragazzi scappano al Nord, gli effetti della crisi climatica sono più evidenti e i roghi tossici ci fanno costantemente compagnia. Al Sud il lavoro scarseggia e non è regolamentato, le infrastrutture sono scarne o, addirittura, non ci sono.

È chiaro ed evidente che il voto al PD non fosse accattivante per nulla (“gli occhi di tigre”…).

La nostra campagna elettorale è stata fondata male e su punti che non ci appartenevano.

L’agenda Draghi, per quanto in parte condivisibile, non è programma del PD e non può esserlo. Né tantomeno è stata una buona idea presentarsi come l’unica soluzione possibile a un governo a trazione nazionalista e sovranista.

La storia del voto utile non funziona e, ormai da troppo tempo, siamo scollegati con il territorio.

Chi si avvicina alle porte del Partito Democratico le trova chiuse o, se riesce ad entrarvi, trova i giochi già fatti. Ormai il PD è un partito che con la Base non ha più legami e i giovani iscritti come me non trovano spazio. Ed è così su scala nazionale: sul mio territorio, ad esempio, dopo le sconfitte – pesanti e ripetute – non si usa fare analisi lasciando i tesserati ignari delle logiche di sezioni ormai chiuse e senza vitalità, e privando dello spazio chi potrebbe diventare parte di una nuova classe dirigente realmente motivata a fare il bene del paese.

Questa sconfitta ci obbliga a fare la più grande operazione di autoanalisi che abbiamo mai compiuto.

E lo dico, fare autoanalisi ci riesce poco, perché non basta cambiare la classe dirigente o il segretario di turno. Non basta più e forse non è mai bastato.

La fase congressuale in cui entra il partito ora ci impone di interrogarci su noi stessi e sulle nostre strutture.

Il governismo, che negli ultimi anni ci ha contraddistinto, è una malattia che ci ha denaturato, ci ha privato di un’anima e di un’identità.

Ecco, il problema principale è questo: l’identità.

Chi siamo stati lo sappiamo, ma chi siamo adesso e chi vogliamo essere? Italiane e italiani non hanno più fiducia nel Partito Democratico e non ce l’hanno nemmeno i giovani. I dati ci danno come quarto partito tra gli under 35, ma come uno dei primissimi tra gli over 60 e chi ha votato PD non lo ha fatto convintamente.

Non c’era entusiasmo, non c’era voglia, non c’era fiducia e tutto perché è mancata la cosa più importante: la credibilità.

Non siamo stati credibili, ma ci siamo convinti di essere l’unica forza credibile e seria.

Abbiamo rinunciato a costruire un progetto politico identitario, concreto e riconoscibile.

Oggi il PD per gli elettori è la staticità, il partito che mantiene, quello che tutela. È vero, il paese va tutelato, ma deve essere profondamente trasformato e in meglio. Cambiato in direzione dei giovani, in direzione dei lavoratori, tutelando l’ambiente e il patrimonio, diffondendo cultura e liberalità, rispetto e senso civico.

Il paese va cambiato, è vero, ma per poterlo fare dobbiamo cambiare il Partito Democratico.

 

Cesario Marino, laureando magistrale in filosofia e tesserato PD – Carinaro (CE)

Redazione

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