Speriamo che me la cavo

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Napoli, 5 lug. – Due giorni or sono è nato al Cielo uno dei più grandi comici nella storia del cinema Italiano: Paolo Villaggio. Mentre camminavo per il centro di Milano, intento ad osservare le vetrine dei negozi d’abbigliamento al termine di una giornata trascorsa a sbrigar faccende di natura personale e professionale, udivo i passanti pronunciare la seguente frase: “se n’è andato Fantozzi”. Ma la fama di Paolo Villaggio, carissimi Lettori, non si limita certo alla saga del buffo e simpatico ragioniere: in questa riflessione cercherò di illustrarvi la figura del comico in una veste diversa.

NARDONE

Non meno di un mese fa ho avuto modo di rivedere il celebre film dal titolo “Io, speriamo che me la cavo”, diretto dalla regista Lina Wertmüller ed ambientato in un immaginario paesino del Napoletano -battezzato Corzano nella sceneggiatura, ma in realtà trattasi di una zona del Tarantino nota per le attività di pesca-  in cui l’attore Genovese interpreta egregiamente il ruolo di Marco Tullio Sperelli, docente di scuola primaria proveniente dal Nord Italia cui viene assegnata una cattedra al Sud in seguito ad un errore di battitura ad opera degli impiegati del Ministero dell’Istruzione: egli, infatti, sarebbe dovuto andare a Corsano, paese del Salento non tanto distante dal Capo di Santa Maria di Leuca.

Il suo arrivo in paese si rivelerà drammatico, così come l’inizio delle attività didattiche nella scuola locale: i bambini a lui affidati provengono quasi tutti da famiglie versanti in stato d’indigenza, motivo che li costringe non di rado ad assentarsi da scuola per contribuire al sostentamento familiare mediante l’esercizio di prestazioni lavorative in nero presso le puteche (It.: botteghe, negozi) della cittadina. Il sindaco di quest’ultima, Antonio Ruoppolo (interpretato dall’attore Partenopeo Mario Porfito), permette che tutto ciò si verifichi, dimenticandosi delle disposizioni di legge in materia, il cui dettame gli impone, invece, di adoprarsi per impedirlo. Ciononostante, Sperelli non si arrende: una volta informato della situazione dai pochi allievi della terza B presenti in classe nel primo dì in cui egli prende servizio, decide di uscire dall’Istituto per andar a prelevare lui stesso i bambini dai rispettivi posti di lavoro per condurli a scuola (dal secolo vigesimo l’istruzione elementare è obbligatoria nel nostro Paese).

Dopo esser riuscito nel suo intento -non senza qualche ostacolo- , il docente si rende pian piano conto delle pessime condizioni organizzative della scuola (la dirigente non adempie ai propri doveri, il custode abusa del proprio ruolo chiedendo soldi in cambio di beni costituenti patrimonio della Pubblica Amministrazione, come il gesso e la carta igienica, la struttura è fatiscente e sporca) ed al contempo si avvede della scarsa preparazione dei componenti la sua classe: decide quindi di star vicino ai suoi alunni, cercando di motivarli e di porre rimedio ai disastri che li vedono protagonisti (si pensi al caso del piccolo Raffaele, figlio e fratello di due affiliati alla criminalità organizzata locale, che grazie agli sforzi del maestro riuscirà ad imboccare la retta via).

Il personaggio di Sperelli rispecchia dunque la figura dell’insegnante che crede nelle potenzialità di ogni bambino, seguendolo ed assistendolo adeguatamente in ogni passo del proprio percorso formativo, aiutandolo a risolvere ogni problema ed a colmare ogni eventuale carenza: così aveva teorizzato il filosofo e pedagogo Tedesco Bernhard Bueb, noto oppositore del nazionalsocialismo.

Questo conferma che per svolger come si deve il mestiere dell’insegnante è necessaria una vera e propria vocazione, considerata l’importanza di tale figura in ordine allo sviluppo della personalità non solo del bambino, ma di ogni giovane.

Carissimi insegnanti, mi rivolgo principalmente a voi: son perfettamente consapevole dello stress di cui non di rado il vostro lavoro è fonte, ma allo stesso tempo vi invito a combatterlo, non solo intimandovi a non lavorar più del dovuto (recenti studi han dimostrato, infatti, che studiando o lavorando in maniera eccessiva si rischia di incorrere in gravi pericoli, primo fra tutti quello di rivalersi su persone che non han nulla a che vedere coi propri problemi, come ad esempio i bimbi affidati alla vostra cura, od i familiari, gli amici, etc.), ma anche a riflettere sul perché dell’esistenza della vostra professione, ch’io reputo sacrosanta. Senza il Vostro contributo……..il Paese non cresce!

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Redazione

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