Recensione – ‘Circe’ e lo sguardo di chi scopre il vero volto del mondo: passioni e dei nello spettacolo in scena al Real Orto Botanico

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Il mito é un racconto e come tale merita di essere divulgato. L’intento è di trasformare in occasione di rispolvero ed approfondimento, uno spettacolo che presenta al grande pubblico una figura misteriosa dell’Odissea greca, Circe. Si offre così agli occhi dello spettatore, nella rassegna organizzata da Il pozzo e il pendolo, ‘Brividi d’estate’, l’immagine complessa e completa della maga “dai riccioli belli, dea tremenda con voce umana”. La sua genesi deriva dal legame tra una ninfa, Perseide, ed Elios. È storia di una figlia che si sente inadeguata rispetto ai fratelli intelligenti Perse, Eete e Pasifae; pertanto preferisce le sale silenziose del palazzo di suo padre, in cui le alberga dentro un pensiero ricorrente: “Come sono fatti i mortali?” Davanti alla scoperta che non sono tutti uguali, Circe, nell’adattamento su testo di Madeline Miller, ribadisce col suo agire che non tutti gli dei devono essere per forza uguali. Nel bivio identitario tra l’essere connotata come dea o maga, l’abile ammaliatrice affronta il suo destino ed anche le sue punizioni, conseguenza di Zeus terrorizzato dalla magia.

Il nuovo spazio teatrale in cui si presenta la messa in scena di Rosalba Di Girolamo e Lorenzo Sarcinelli, offre uno scorcio immaginativo, oltre il percettibile, di ambienti ed emozioni dell’abitante dell’isola di Eea. Mentre la natura lambisce il racconto con le sole citazioni di Circe, lo spettacolo presenta la ricerca spasmodica degli dei di passioni non distruttive. È uno sfiorare il limite tra l’umano ed il sovraumano, tra il possibile e l’impossibile, tra innocenza e brutalità, in cui ogni dio risucchia lo splendore dell’aria per dare compimento ai propri desideri. Seduttivo, graffiante e profondamente intenso, lo spettacolo di Annamaria Russo e Rosalba di Girolamo è un brivido che corre via nelle digressioni mitologiche portate all’estremo. Diventa lama affilata che fa sanguinare il volere di Circe, maga per fama, ma creatura profondamente inquieta che cerca il trionfo delle sue necessità. La sua è una danza tribale tra l’istintualità delle viscere e i legacci dell’obbedire al volere di Zeus. È conseguenza di un rituale subíto e non escogitato quando le si tocca Telegono e rivendica in qualità di madre, libertà dalle previsioni di Atena. Circe si consuma così come legno gettato sul fuoco famelico e si abbandona in un groviglio di grida che la rendono vulnerabile e non più dea dinanzi alla figura di Ulisse. Ciò avviene finché non incontra Penelope e scopre la natura di mentitore dell’uomo della zattera. Pur essendo dea, ella si sente affine a una mortale. Le due donne (impersonate dalla stessa attrice), si scoprono entrambe regine della loro volontà, ciascuna maga a suo modo. Circe grida allora agli dei la sua rivendicazione: “Voglio essere libera. Tu lo sai cosa c’è dentro di me? Lo vuoi scoprire?”

Ammaliante nella ricerca del cambiamento del suo destino, lancia un monito alla volontà dell’individuo, che come acqua straripante esce fuori dal catino in cui spesso la si vuol contenere.

Di un mortale ho la voce…che io abbia tutto il resto!”, sentenzia lapidaria la celebre maga a fine spettacolo. Su queste parole si scatenano gli applausi e la Circe della Russo e della Di Girolamo ottiene finalmente il suo riscatto attraverso un ottimo effetto teatro.

Pina Stendardo

Giornalista freelance presso diverse testate, insegue la cultura come meta a cui ambire, la scrittura come strumento di conoscenza e introspezione. Si occupa di volontariato. Estroversa e sognatrice, crede negli ideali che danno forma al sociale.