‘Quartieri spagnoli’, il gran ritorno. Il musical di Gianfranco Gallo affida alle donne e al teatro un profondo messaggio di cambiamento e pace

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Sarà ancora in replica per l’ultima serata, al Trianon Viviani di Napoli, il musical ‘Quartieri spagnoli’, scritto, diretto ed interpretato da Gianfranco Gallo. Il gran ritorno dello spettacolo sulle scene è ben accolto, dal momento che è stato antesignano di una tipologia di racconto artistico, adoperata per disegnare una città perennemente in bilico tra pace e guerra. In questa piéce la pacificazione cittadina avviene mediante l’intervento delle donne, chiamate a fare da ago della bilancia nelle scelte di uomini violenti.

Il richiamo al teatro antico è evidente e sottolineato con orgoglio da Gianfranco, professionista navigato che sa destreggiarsi sul palcoscenico, attraversando la sua storia ed i suoi miti, con acuto spirito di osservazione ed altrettanta abilità nel ridisegnarne i confini.

Così capita di riavvolgere il nastro temporale repentinamente, passando dalle Lenee dei tempi che furono, ad un teatro fulcro della Napoli dei quartieri, il Trianon, tempio del popolo e della tradizione partenopea. Tradizione che attraversa la drammaturgia di questa messa in scena cantata, non solo perchè si ispira alla Lisistrata che scioglie gli eserciti, di origine greca, ma soprattutto perchè al suo interno vive di tutte le manifestazioni del teatro napoletano. Gallo le conosce bene, le ha masticate fin da piccolo, respirandole ad una ad una con i grandi del palcoscenico, ed oggi, a distanza di anni, le insegna ai giovani attori che lo affiancano nella compagnia teatrale.

Il musical in lingua napoletana ha dialoghi vivaci, solleticanti, forti dell’occasione del teatro di maniera che si intinge nel nuovo. Adatto a tutte le generazioni, ideale per avvicinare i giovani al teatro e al colore partenopeo, ‘Quartieri spagnoli’ si ispira ad Aristofane, ma vive di attualità e freschezza con sipari e occasioni sceniche allestite da un cast vario, a cui viene data autonomia espressiva.

Il narrato, inserito in una circonferenza che lascia coincidere incipit ed epilogo del racconto, si consuma per le strade della città, nei luoghi in cui a pensarci, ebbe inizio il teatro napoletano nel Medioevo e la lingua quotidiana con i suoi gliommeri coglieva e coglie ancora, la realtà in modo genuino, veritiero e “friccicarello”, tanto che tra una canzone e l’altra, la risata scivola veloce sulle battute degli attori in scena.

L’autore e regista non sceglie a caso il genere del musical per parlare dei quartieri spagnoli, che han dato casa tanto a santi, quanto ad uomini compromettenti e di malaffare. E’ stato infatti il dramma italo-spagnolo a far diffondere a Napoli la rappresentazione teatrale intrisa di musica e poesia. Elementi che sono ben presenti in questo spettacolo che non categorizza la città nei suoi clichè, ma mostra il chiaro rovescio di una stessa medaglia, ancora esistente nella nostra metropoli.

Non è standardizzazione parlare con uno stesso spettacolo (a distanza di 25 anni dal primo debutto), di lotta alla camorra attraverso il teatro, soprattutto per un testo che è stato scritto a fine anni Ottanta, quando i venti dei quartieri napoletani erano tutt’altro che tranquilli e nonostante ciò, sembra attualissimo. In questa commedia musicale i personaggi dei quartieri, grazie alla penna di Gianfranco Gallo, hanno una loro romantica espressione, perchè non sono pienamente vinti dalla malavita, ma rischiano di diventarlo, se non gli si apre gli occhi ed il cuore. Ecco che a dare introduzione alla messa in scena arriva Santa Maria Francesca dei quartieri, in vesti un po’ insolite rispetto a ciò che ci si aspetterebbe: quelle di aedo. A darle voce è Matteo Mauriello, anima napoletana che in tutto il suo recitare, solennizza il messaggio che di lì a poco il pubblico potrà cogliere. Dà alle future madri dei quartieri e dunque alle donne, la responsabilità di non allevare uomini che inseguono le colpe dei loro padri, ma di riscattarli.

Notevoli sono dunque le presenze sul palco di Lisa Imperatore, Alessia Cacace, Giusy Freccia e Giovanna Di Vincenzo, brave nel dare canto e voce alle donne dei quartieri, stanche di vivere accanto ad uomini le cui mani puzzano di polvere da sparo. Si ribellano a voler generare dei figli che potrebbero replicare lo stesso scempio paterno ed invocano la pace. Sono loro la culla del cambiamento e Gianfranco Gallo le omaggia, costruendo intorno a ciascun personaggio femminile una sua identità, nutrita da movimenti tutti personali e da altrettante intonazioni ed accenti espressivi. Le donne diventano dunque stelle che brillano sul palco.

Dall’altro lato il regista mostra l’universo maschile del “guappo da quartiere”, appiattito da un’omologazione comportamentale che lo rende macchietta di se stesso e di un modo di concepire la vita, deleterio, fatto di carcere e non di onore; di perdita e non vittoria. Quando sono infatti le pistole a parlare al posto del buon senso e del cuore, la lingua cade e non si riesce davvero a comunicare civilmente. Gallo racchiude tutto questo nel personaggio del vecchio boss di quartiere, Don Armando, a cui è stata tagliata la lingua. Costretto ad esprimersi esclusivamente con colpi da sparo, perde quanto di più caro ha: la parola. E’ infatti sul suo buon uso che si fonda la credibilità di uomo e  il marito di Donna Assunta, non ne possiede più tanta. Viene spesso surclassato da Tonino o’ Tedesco (Gianfranco Gallo), dedito fieramente al racket e allo sparo, mentre tratta la paura come una bomba a mano che necessita di passare di palmo in palmo per non restare implosa, fino a quando non incontra l’amore e, paragonandosi ai caratteristici panni stesi tra una finestra e l’altra dei quartieri, confessa: “Io ero un lenzuolo che stava bene da un palazzetto ad un altro; ora mi sento un fazzoletto che non trova spazio sulla fune”. Non si può infatti castigare l’amore, nè inventare il silenzio dove non c’è e Tonino inizia la sua trasformazione quando le donne del quartiere si accordano per lo sciopero del sesso. Coinvolge nella presa di coscienza i suoi eterni rivali, interpretati da Salvatore Esposito e Nello Nappi. Si accorge che il fratello, Ciro California, dedito alla musica e poco propenso alla vita da clan, fa bene a non voler seguire la scia di sangue delle “famiglie d’onore”, ma a desiderare di trovare luce in un sogno: quello di diventare artista, seppur poco avvezzo all’arte del canto. Michele Selillo ironicamente colora con brio e padronanza questo personaggio ed insieme a Gianni Parisi, per l’occasione impresario Franco Palermo, fa da contraltare al modus operandi di Tonino.

Parisi dona garbo a questo suo ruolo. In lui si riconoscono tutte le persone che amano vivere onestamente, ma a volte abbassano la testa davanti alla logica del più forte. Contemporaneamente è spalla, con il suo personaggio, per ogni attore sulla scena. Lo si apprezza soprattutto negli scambi di battuta che ha con Tonino o’ Tedesco, in cui i ritmi del recitato si elevano vorticosamente, complice l’affinità elettiva e l’amicizia, oltre che l’esperienza condivisa sul set con Gianfranco Gallo.

Il musical assume con questi elementi nuovo pathos e dedica sul finale doloroso (affidato alle gesta dell’attore Antonio Dell’Isola, simbolo di una giustizia spesso beffeggiata), un elogio alle donne che a qualsiasi età, 20, 30, 100 anni, conservano ancora i riflessi della luna nei capelli, diventando faro per chi le incontra, mentre l’uomo si affanna a rubare il tempo della sopravvivenza come un poveretto. Una canzone dal ritmo jazz risuona allora dal palco e diventa goccia di miele che copre la scia d’arsenico del sangue versato sui quartieri; addolcisce l’uomo e lo trasforma, anche se quest’ultimo resta vittima delle sue scelte.

L’amore è la sola grande rivoluzione che si possa attuare e le donne sono portatrici naturali di questo sentimento che rende ‘Quartieri spagnoli’, uno spettacolo da applaudire e portare in scena di anno in anno, perchè il suo messaggio è senza tempo e nella penultima serata del Trianon viene dedicato ad una spettatrice presente in platea, Susy Ciminiello, sorella di Gianluca, vittima innocente di camorra.

Foto di Arturo Favella

Pina Stendardo

Giornalista freelance presso diverse testate, insegue la cultura come meta a cui ambire, la scrittura come strumento di conoscenza e introspezione. Si occupa di volontariato. Estroversa e sognatrice, crede negli ideali che danno forma al sociale.