Professioni, la teoria e la pratica

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Il mese di giugno s’avvicina: ciò significa che la stragrande maggioranza degli studenti universitari, me compreso, son indotti a rintanarsi nelle proprie stanze a studiar sodo per l’imminente sessione estiva degli esami universitari, con la speranza di conseguire un punteggio che i più tra gli studenti definirebbero “giusto” oppure “dignitoso”. Ciò che a mio avviso conta realmente non è la valutazione di un docente in termini numerici (pur essendo la stessa rilevante – eccome!- ai fini dell’attribuzione del punteggio in sede di laurea), bensì l’impegno che lo studente profonde nell’apprendimento di ogni singola materia.

NARDONE

Un noto giurista – il cui nome non mi viene in mente ora- ha recentemente affermato di aver visto, nel corso della sua carriera forense, “molti centodieci e lode far acqua dal punto di vista della pratica del diritto” ed allo stesso tempo “altrettanti studenti, aventi invece la media bassa, diventare dei grandi avvocati”. Condivido tale tesi in pieno, al pari di molti dei miei maestri: in ambito giuridico (e non soltanto) a recitar la parte più importante non è tanto l’apprendimento in sé del contenuto delle trattazioni manualistiche e delle parti monografiche (che pure son fondamentali per formarsi al meglio) quanto piuttosto lo studio ragionato della disciplina, fattore che permette allo studente di applicare quest’ultima in maniera pratica. Mi spiego meglio: si dia il caso che Tizio conosca a menadito il contenuto del noto manuale di diritto privato scritto da Alberto Trabucchi,

ricordando tutte le fonti normative da esso citate: nel momento in cui egli sostiene l’esame di profitto, è ovvio che il docente lo promuoverà con un bel trenta e lode; ma se poi costui, una volta conseguita la laurea (magari anche a pieni voti), non è in grado di interpretare ed argomentare una determinata norma per poi applicarla al caso concreto, risulterà pacifico che in veste di professionista legale non potrà fare che fiasco!

Sono ormai in procinto di spiccare il volo, dato che manca poco al conseguimento del titolo; ciononostante sto continuando a pormi la seguente domanda: gli studi da me condotti sinora saranno effettivamente utili a coloro che un domani mi chiederanno consiglio? L’unica risposta che posso fornire risiede nell’approfondimento, giorno dopo giorno, di ogni tematica trattata, cercando di calarla nella realtà quotidiana, affinché anch’io possa dare il mio contributo all’evoluzione della scienza giuridica (la iuris prudentia).

Last, but not least, va sottolineato che al giorno d’oggi anche i docenti universitari lasciano il proprio zampino nell’ignoranza di alcuni professionisti, legali e non: infatti molti professori attivi negli odierni atenei prediligono lo studio prettamente “manualistico”, senza curarsi delle spiacevoli conseguenze cui esso può dare luogo. La mia esperienza di studio in Germania mi ha permesso di calarmi in una realtà diversa: quella dell’analisi dei casi concreti e dell’applicazione della normativa vigente ad essi, senza soffermarsi in maniera eccessiva sulla teoria (colgo l’occasione per ringraziare il professor Matthias Herdegen per avermi insegnato, non senza fatica, ad abituarmi a tale metodo).

Carissimi Lettori, detto ciò giungo alla conclusione che la teoria è fuor di dubbio fondamentale per la formazione del professionista, ma a rilevar maggiormente è l’applicazione di essa alla vita concreta, alla realtà quotidiana che ci circonda. Il limitarsi a quanto letto nei manuali rischia di render difficile ogni interazione con l’altro, finendo col metterlo in difficoltà anziché essergli d’aiuto: così facendo la società rischia di regredire anziché progredire.

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Redazione

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