Piazza Carceri e Sicurezza al neo Ministro della Giustizia: “Terminato sciopero della parola, e ora, con tutta la voce che abbiamo chiediamo una riforma, anzi, un miglioramento”

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Roma, 23 feb. 2021 – “Abbiamo portato a termine due lunghi mesi di sciopero della parola, è stata dura, ma ne è valsa la pena. Lo abbiamo fatto per sensibilizzare l’informazione ad una maggiore attenzione verso il mondo delle carceri ed al fine di incoraggiare la politica ad uscire da una visione meramente emergenziale dei penitenziari, per imboccare, invece, la strada giusta di una visione costituzionalmente orientata della pena”. Lo dichiara in una nota Giuseppe Maria Meloni, portavoce di Piazza delle Carceri e della Sicurezza del cittadino che aggiunge: “Dopo aver fatto riposare la voce, ora, però, con tutta la voce che abbiamo, ma sempre attraverso una tonalità dolce e rispettosa, chiediamo una riforma. Una riforma in grado di conformare la pena alla nostra Costituzione ed in particolare al dettato di cui all’art. 27 della Costituzione repubblicana”. “Non è teoria, – commenta –  noi ci crediamo per davvero all’attuazione dell’art. 27, ed al riguardo, proprio sul punto ritenuto più irrealizzabile, facciamo nostre le parole dell’Onorevole Tupini che nella seduta dell’Assemblea Costituente del 15 aprile 1947, affermò: “Sono convinto, per un elementare senso umano, che bisogna fare ogni sforzo perché il reo possa essere rieducato, e credo che non dobbiamo rinunciare in nessun caso a questa possibilità””. “Sarebbe importante – rileva – se tale richiesta di riforma potesse giungere direttamente alla cortese attenzione del nuovo Ministro della Giustizia, Prof.ssa Marta Cartabia”. “Chiediamo una riforma, ma – spiega – non c’è assolutamente l’intenzione di introdurre delle modificazioni profonde, poiché esse quasi sempre si traducono in qualcosa di non realizzato. Sussiste, invece, l’idea di partire dalla pena per come è attualmente in vigore, di partire proprio da questa pena prevalentemente fondata sulla privazione della libertà personale, e senza giungere a qualcosa di diverso, renderla semplicemente più umana, renderla semplicemente in grado di produrre un positivo reinserimento sociale del condannato”. “Parliamo di una riforma, ma, in realtà, – precisa – si tratta del semplice miglioramento della situazione sussistente, parliamo di una riforma, ma, in realtà, potrebbe trattarsi anche di semplici e distinti provvedimenti”. “Ad esempio, – osserva – per quanto concerne l’umanità della pena, riteniamo che questo aspetto sia particolarmente connesso alla assistenza medica, psichiatrica e psicologica all’interno dei penitenziari. Questa particolare connessione non può essere percepita a pieno se si prendono a riferimento le normali esigenze di salute della popolazione. Può essere, invece, ben compresa tenendo conto che le esigenze di salute dei soggetti ristretti sono molto più ampie rispetto a quelle di chi si trova ad essere libero. Ciò dipende dalle strutture fatiscenti in cui possono persino mancare l’acqua calda e il riscaldamento, dipende dalle strutture spesso sovraffollate, e, quindi, attualmente esposte anche ai rischi di contagio del Covid-19. Dipende dalle carenze igienico sanitarie, dall’ampia presenza di malattie infettive, e dipende dal fatto stesso della carcerazione che è in grado da solo di far ammalare nella mente anche chi entra sano. Pertanto, una pena scontata, senza avere la possibilità di fruire di una adeguata assistenza per la salute del corpo e della mente, è certamente una pena contraria al senso di umanità”. “Sarebbe necessario, quindi, – sottolinea – un provvedimento in grado di potenziare l’assistenza medica, psichiatrica e psicologica all’interno delle carceri italiane”. “Ugualmente – sostiene – per quanto concerne la rieducazione del condannato, il positivo reinserimento sociale del condannato, si tratterebbe semplicemente di introdurre all’interno dei penitenziari, in maniera uniforme sul territorio nazionale e senza alcuna distinzione tra le diverse strutture di pena, dei percorsi di istruzione, di formazione, di sport, di lavoro, che siano realmente accessibili a tutti i ristretti, e che siano in grado di far riemergere quelle valenze positive che sono insite in qualsiasi essere umano.” “La privazione della libertà personale – prosegue – è pura sofferenza, rappresenta puramente e semplicemente l’aspetto punitivo. Ora, è necessario approfondire quanto questo aspetto puramente punitivo possa essere utile o sufficiente ai fini della rieducazione. Per fare ciò bisogna comprendere preliminarmente cosa significhi rieducare ed in considerazione del fatto che tale termine non significa altro che educare di nuovo, è necessario capire essenzialmente cosa significhi educare”. “Il modo più facile per comprendere il significato dell’educare, è pensare – evidenzia – a quello che fanno normalmente i genitori con i propri figli. Ebbene, l’educazione che i genitori danno ai figli, non è fatta soltanto di punizioni, ma è fatta anche attraverso l’istruzione, la formazione, il gioco, le attività fisiche, ecc.. In sostanza, la punizione è soltanto uno dei tanti elementi che compongono l’educazione. In questo modo, è possibile dire che i percorsi sopra citati e di cui si auspica l’introduzione, una volta congiunti all’aspetto punitivo già sussistente, rappresentano il necessario completamento del compito educativo all’interno delle carceri. In sintesi, potrebbe, quindi, dirsi che le pene detentive tendono alla rieducazione del condannato, così come previsto in Costituzione, quando la punizione coesiste con tutti gli altri elementi che compongono l’educazione della persona”. “L’introduzione dei predetti percorsi all’interno delle carceri, è di fondamentale importanza, poiché la seconda chance per chi esce dal carcere, – chiarisce – se non viene preparata durante tutto il tempo della detenzione, risulta essere nella maggior parte dei casi meramente illusoria. Il carcere deve essere il luogo di preparazione della seconda possibilità, deve essere come una officina, deve essere cioè il luogo in cui, pazientemente, pezzo per pezzo, bullone dopo bullone, viene costruita la seconda chance”. “Al di là dell’approccio che si decida di seguire, una riforma unitaria o provvedimenti distinti, l’importante – continua – è che vengano affrontati entrambi gli aspetti, sia quello della rieducazione sia quello dello salute. Difatti, i percorsi di istruzione, di formazione, di sport, di lavoro, risultano essere utili ai fini della salute mentale del ristretto, e l’aspetto della cura della salute mentale risulta essere utile al fine della rieducazione e della futura reintegrazione sociale del condannato. In merito a quest’ultimo aspetto, è sufficiente solamente pensare al grande numero di detenuti con problemi legati alle droghe o all’alcol, perché risulti facile intuire il notevole aiuto che un forte supporto psicologico o psichiatrico, potrebbe offrire nella rieducazione e nel successivo reinserimento sociale”. “Si tratta – dice ancora Meloni – di una riforma o comunque di distinti provvedimenti che sono oltretutto facilmente realizzabili, poiché se il concetto di pena è effettivamente un terreno di aspro scontro politico – ideologico, qui, invece, non è in gioco il concetto di pena, non è in gioco la validità o meno del modello di pena fondato sul carcere, ma risultano essere in gioco delle tematiche completamente diverse. E’ in gioco il diritto alla salute, con evidenti ripercussioni anche sull’eguaglianza di tutela tra la popolazione generale e i detenuti, ed è in gioco la finalità rieducativa della pena, con evidenti ripercussioni anche sul principio di uguaglianza sostanziale, in merito alla rimozione degli ostacoli al reinserimento sociale del reo. Ebbene, con riferimento al diritto alla salute, sia che possano esserci delle persone di sinistra, delle persone di destra, o delle persone di centro, non si intravedono ragioni, se non una particolare crudeltà, per opporsi alla salute dei soggetti ristretti. Inoltre, con riferimento alla finalità rieducativa della pena, sia che possano esserci delle persone di sinistra, delle persone di destra, o delle persone di centro, non si intravedono ragioni, se non una particolare ottusità, per opporsi alla rieducazione dei condannati, e ciò specialmente in virtù del fatto che la stessa rieducazione, risulta essere poi un importante mezzo per garantire la sicurezza di tutti i cittadini italiani. Infine, non si intravedono ragioni per opporsi alla rieducazione dei condannati, se non anche un odioso pregiudizio, quel pregiudizio per cui lo scrittore Victor Hugo, diceva “La liberazione non è la libertà; si esce dal carcere, ma non dalla condanna””. “Proprio in merito a questo pregiudizio – conclude – il modo migliore per superarlo, è probabilmente porsi semplicemente una domanda. Riprendendo testualmente le parole di Papa Francesco in una udienza ai responsabili della Pastorale Penitenziaria, tale domanda da porsi, potrebbe essere così formulata: “Se questi fratelli e sorelle hanno scontato la pena per il male commesso perché viene messa sulle loro spalle una nuova punizione sociale con rifiuto e indifferenza?””.

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