Panza: la rottura del femore ovvero il vino indifferenziato

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Una cattiva pianificazione ha comportato una iperproduzione di Falanghina non sorretta dalla crescita di quote di mercato di vino imbottigliato. È necessaria una proposta innovativa in un dibattito culturale e politico aperto a tutti.

 

“Utilizzo come figura retorica questo grave shock ortopedico, che necessita di intervento chirurgico, per rendere l’idea della serietà e della urgenza che meritano, forse, le seguenti considerazioni frutto di una esperienza diretta vissuta con intensità e passione. Partiamo daccapo. Il Sannio, come è noto, produce storicamente circa il 50% del vino campano stimato in 1.600.000 – 1.800.000 di hl.  E di tale primato noi sanniti meniamo vanto. Da lustri, da questa produzione tiriamo fuori non più di 24 milioni di bottiglie tra DOC e IGT ma ne potremmo tirare almeno 100 milioni”.

Così Floriano Panza in una nota stampa inerente al fenomeno del vino indifferenziato, in particolar modo riguardo alla Falanghina del Sannio.

La falanghina, divisa tra Falanghina del Sannio DOC – imbottigliata solo in provincia, salvo eccezioni – e IGT – imbottigliata entro i confini regionali – rappresenta sicuramente il prodotto più importante, ma anche il meno valorizzato. Dunque, dei circa 800 mila hl complessivi prodotti si valuta (non ci sono dati ufficiali) che solo il 25% venga imbottigliato nel Sannio, il resto è venduto come vino indifferenziato. La maggior parte prende la strada del Nord, viaggiando in comode autobotti e viene ivi miscelato o venduto anche in bottiglia come semplice vino bianco o vino rosso.

“Del nostro prodotto principe ‘Falanghina del Sannio DOP’” – prosegue Panza – si arrivano a imbottigliare annualmente circa 5.600.000 bottiglie su una produzione complessiva rivendicata come Falanghina del Sannio DOP di 89 mila hl (riferimento anno 2019), che tradotta in bottiglie supererebbe un potenziale di 11,5 milioni. Sono anni e anni che le tendenze sopra descritte trovano conferma in un mercato che altrove evolve e diventa sempre più competitivo, fatto questo pericoloso per le situazioni stagnanti come la nostra (salvo pregevoli rarissime eccezioni)”.

“Molti nostri viticoltori temevano tanti anni fa che vendere il vino sfuso da imbottigliare lontano deprimesse il prezzo del nostro vino/uva, esponendoli maggiormente al rischio della contraffazione: cosa è cambiato? Sempre i viticoltori credevano che vendere il vino in cisterna da imbottigliare altrove spostasse altrove anche i margini di guadagno di una filiera cortissima. Dunque, cosa è cambiato? Gli 11 mila viticoltori sanniti cosa pensano di tutto ciò?”

Quest’anno, con prove alla mano, a fine vendemmia il prezzo della Falanghina DOC è stato equiparato da molte cantine al prezzo della Malvasia, sebbene la prima consenta una produzione di 120 quintali per ha e la seconda produce anche 100 quintali per moggio.

Prosegue Panza: “Senza dubbio, c’è in corso, quindi, una rottura scomposta di femore e tanti osano sospettare: il chirurgo ortopedico è stato chiamato? Sarà in grado di scegliere la protesi giusta? O si limiterà – data l’età – alla somministrazione di cure palliative? Iperbole a parte, ma queste dinamiche erano prevedibili? A chi hanno fatto comodo e a chi no? Di sicuro una cattiva pianificazione ha comportato una iperproduzione di Falanghina non sorretta dalla crescita di quote di mercato di vino imbottigliato. Adesso che abbiamo dati e tendenze (pur in assenza di un Osservatorio provinciale!) si può correggere questa politica dello ZIG-ZAG? È lapalissiano che non è utile la ricerca delle responsabilità di tutto ciò, delle ingessature e delle rendite di posizione che col tempo cesseranno esse stesse per la morte dell’ammalato”.

Eppure bastava allungare lo sguardo al Veneto, rinunciare a qualche rendita e vivere di emulazione. La Glera in Veneto era nella medesima situazione: prezzi dell’uva bassissimi e tanta emigrazione. Oggi i vitivinicoltori del Prosecco vendono centinaia di milioni di bottiglie di bollicine, hanno un tessuto di centinaia di cantine, un prezzo dell’uva anche di due euro al Kg (non al quintale) e un valore dei terreni agricoli superiore ai 300 mila euro/ha. Un miracolo? “No – sostiene e conclude Panza – solo l’impegno e la progettualità di una classe dirigente che ha condiviso un progetto nuovo lasciandosi alle spalle, senza rimpianti, qualche rendita. La mia esperienza mi dice che non è mai troppo tardi per intraprendere una nuova via purché si sia tutti convinti che quanto descritto è un dato oggettivo, oggi aggravato dal rincaro notevole delle materie prime, come il concime, il vetro, i tappi, le etichette e dall’aumento del prezzo dei trasporti e dell’energia. Bisogna, però, stimolare e fare emergere una proposta innovativa in un dibattito culturale e politico aperto a tutti (non solo ai soliti), interpellando e ascoltando veramente accademici, esperti, imprenditori e giovani, figli questi degli 11 mila viticoltori ai quali non va sottratta una possibilità di restare”.

Redazione

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