*Pablo Escobar. Vita, amori e morte del re della cocaina.* Il nuovo libro dell’ambasciatore Domenico Vecchioni. Intervista con l’autore

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anna tortora
Anna Tortora

Per la mia rubrica IL Personaggio sono lieta di ospitare l’ambasciatore Domenico Vecchioni che ci parlerà di un personaggio molto discusso e conosciuto. Pablo Escobar, uomo eclettico e dalla vita “variegata”…

NARDONE

La storia del figlio del contadino che volle farsi re. Re della cocaina.
Ma, leggendo la biografia, Escobar non era cresciuto in povertà.

“I genitori di Pablo Escobar non si potevano definire poveri, ma erano comunque di umili origini. Il padre era un coltivatore diretto, abituato a lavorare la terra e ad accudire gli animali. La madre era un’autodidatta diventata maestra elementare nelle zone rurali. Pablo ricevette una discreta istruzione a scuola e una buona educazione in famiglia. La ‘rivincita sociale’ non fu probabilmente la molla che fece scattare la sua carriera criminale. In un paese dove la violenza era diventata endemica, la corruzione dilagava, la legge faceva fatica a imporsi e il senso della pietà era sparito, quella del criminale fu la sua vocazione originaria. Quella del bandito fu la sua professione. La scorciatoia per diventare ricco, potente e temuto.

Una delle tante contraddizioni della sua personalità bipolare fu precisamente questa.”

Un uomo che, nonostante tutto, era amato da tanti. Perché?

 “Assassino seriale senza stati d’animo, era però sensibile alla sorte dei poveri di Medellín, in favore dei quali promosse, finanziandolo di tasca propria, un vasto programma di edilizia popolare per eliminare le bidonvilles della città (‘Medellín sin tugurios’). Aveva bisogno del riconoscimento popolare e nobilitava allo stesso tempo il denaro sporco della cocaina. La sua tuttavia era un’assistenza strumentale, la migliore copertura. Chi poteva immaginare che il grande benefattore dei diseredati di Medellín fosse il più grande criminale dei suoi tempi? Ai destinatari della sua generosità del resto non interessava il colore e l’odore dei suoi soldi, per loro non aveva alcuna importanza da dove provenissero. Escobar divenne di conseguenza il loro eroe, il loro Robin Hood, che prendeva ai ricchi per dare ai poveri…”

La politica: Escobar riuscì a farsi eleggere. Normale in quel contesto socio – culturale?

“Dopo avere conquistato il potere economico, Escobar pensò che era arrivato il momento di conquistare anche il potere politico, forte appunto della grande popolarità di cui godeva a Medellin e del suo immenso potere di corruzione e capacità di intimidazione. Fu cosi eletto deputato nel 1982. Del resto non c’era alcun procedimento giudiziario a suo carico che ne impedisse la candidatura. Tutti i tentativi fatti in questo senso erano naufragati perché i giudici che ci avevano provato erano stati uccisi o corrotti, secondo la classica strategia ‘escobariana’ (plata o plomo, denaro o piombo dei proiettili). Il Parlamento tuttavia dopo circa un anno ebbe un sussulto di legalità e mise fine alla carriera politica di Don Pablo, espellendolo per indegnità. Da quel momento Escobar volle vendicarsi dichiarando guerra allo Stato, cominciando col giustiziare il ministro di Giustizia Lara Bonilla.”

Aveva legami ovunque e con chiunque. Un’intelligenza diabolica che però lo portò anche a morire. In cosa “sbagliò”?

“La debolezza di Escobar fu la sua megalomania, la sua indubbia Hybris, la patologia della ‘smisuratezza’ che colpisce tutti coloro che esercitano un potere assoluto. Si sentiva così potente da credersi allo stesso livello della Stato. Non si rendeva conto che poteva vincere qualche battaglia, ma avrebbe inevitabilmente perso la guerra. Era talmente sicuro del suo strapotere che un giorno disse a uno dei suoi sicarios ‘A volte mi sento Dio. Quando ordino che una persona deve morire, quella persona muore il giorno dopo!’ E purtroppo era vero. Ma aveva perso il senso della realtà. Non poteva alla lunga vincere la guerra contro lo Stato colombiano.”

Escobar, oggi, riuscirebbe ad avere così tanto successo e potere?

“Oggi la situazione del narco-traffico in Colombia è molto cambiata. Intanto c’è una maggiore consapevolezza del ruolo che lo Stato deve svolgere nella lotta ai narcos e un nuovo atteggiamento dell’opinione pubblica, sempre più ostile ai mercanti di morte.  Non ci sono più i grandi cartelli, i capi ‘leggendari’, che ostentavano soddisfatti la loro ricchezza, le loro amanti, le loro Ferrari, che vivevano in ville favolose e viaggiavano in aereo o elicottero. E sfidavano apertamente lo Stato. Oggi i narcos si nascondono, si mimetizzano, fuggono il confronto con lo Stato. La struttura dell’organizzazione mafiosa si è come frammentata, con organismi cioè più piccoli, meno potenti, più nascosti nelle pieghe della società e  più difficili quindi da scoprire. Escobar controllava tutto l’articolato processo del narcotraffico, dalla coltivazione della pianta alla confezione della ‘pasta’ di coca, dalla produzione della cocaina al suo instradamento verso gli Usa e alla sua successiva distribuzione. Controllava tutto direttamente. Oggi nvece ciascun intermediario controlla una fase del procedimento. No, non credo che Escobar avrebbe avuto lo stesso successo. Del resto proprio con la sua morte si può dire che sia finita un’epoca, un’era del narcotraffico…”

Ringrazio il dottor Domenico Vecchioni per il prezioso contributo.

Anna Tortora

Nata a Nola. Si è laureata alla Pontificia facoltà teologica dell'Italia meridionale. Le sue passioni sono la politica, la buona tavola, il mare e la moda. Ha militato per diversi anni in Azione Giovani e poi in Alleanza Nazionale. Accanita lettrice, fervente cattolica e tifosa del Milan.