Maturità: io mi ricordo …

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Napoli, 22 giu. – Esattamente sei anni or sono, pochi istanti dopo esser sceso dallo scooter di mio padre all’altezza della Calata Trinità Maggiore, varcavo il portone del Liceo Statale “Antonio Genovesi”. La mia “Notte prima degli esami” era trascorsa in modo abbastanza tranquillo, ma la tensione era alle stelle,  e l’emozione era sì intensa da farmi battere il cuore a mille all’ora: il mio esame di maturità classica era in procinto di iniziare.

NARDONE

Presi posto in prima fila, proprio dinanzi alla porta d’ingresso di un’aula di ampia metratura, munita per l’occasione di un paio di ventilatori la cui presenza aveva il duplice scopo di alleviare lo stress degli studenti e contemporaneamente di rinfrescare a dovere una sala sulle cui finestre (con vista sull’Obelisco della Piazza del Gesù Nuovo) o’ Sol e’ Napule batteva coi suoi raggi infuocati, pur essendo appena iniziata la stagione estiva.

Quel caldo, però, non lo soffrivo (come non lo soffro tuttora); anzi, esso si rivelò per me un vero e proprio aiuto nella stesura del saggio breve di tipo artistico-letterario, il cui contenuto ora non ricordo in toto (e me ne vergogno!), pur rimembrando che tra le fonti presenti nel dossier fornitomi dalla Commissione vi erano dei celeberrimi passi del “Poeta Vate” della nostra Letteratura, Gabriele D’Annunzio, la cui opera mi ha insegnato a comprendere la differenza a me cara tra l’amore autentico e quello “pericoloso”, quest’ultimo fonte di una vera e propria “passione” suscettibile di tramutarlo in odio.

Dopo sei ore di intenso ragionamento, misi finalmente il naso fuori dell’Istituto: ad attendermi c’era mio padre, il quale mi cinse tra le sue braccia dopo un mio racconto dettagliato circa l’andamento della prova e la traccia da me scelta; arrivammo quindi a casa, dove mia madre aveva già provveduto a preparare un lauto e gustoso pranzo: era solo l’inizio di una delle prove più importanti della vita, che senza dubbio ha dato un notevole contributo allo sviluppo della mia personalità, insegnandomi che la cultura (tale da intendersi quella autentica, non quella “aristotelica”) non si acquisisce semplicemente sgobbando su “manualoni polverosi” (volendo citare Oscar Wilde), ma sperimentando, altresì, le prove cui ci sottopone la vita quotidiana.

Metà dell’anno corrente è oramai trascorsa: mio padre è Lassù da settembre del duemiladodici ed io sono prossimo a conseguire la laurea magistrale in giurisprudenza, in quella scienza del diritto per la quale è da sempre viva in me una gran passione, con particolare riguardo all’ambito giuslavoristico;  ma i suoi insegnamenti non li ho dimenticati: non di rado egli mi invitava a non avvilirmi ed a non perder la fiducia in me stesso, specie nei momenti difficili.

“Se non dovessi tornare,

sappiate che non sono mai

partito.

Il mio viaggiare è stato tutto un restare

qua, dove non fui mai”.

Questi versi del poeta Giorgio Caproni, una delle cui opere è stata oggetto di traccia alla prima prova ministeriale degli esami di Stato in corso, sono un indiscusso esempio di musicalità, volta ad esprimere con la debita chiarezza quella che sogliamo definire “la caducità della vita”.

Dunque, non abbattiamoci: rialziamoci, e cerchiamo sempre di ripartire, dimostrando in tal modo maturità.

Auguri, carissimi Maturandi! 

 

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