Marchons!

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Napoli, 10 mag. – Ammetto di non saper parlare la lingua Francese, ma il titolo da me scelto per questa mia riflessione ha un significato di portata internazionale: esso non è altro che un’esortazione che il poeta e compositore rivoluzionario Francese Claude Joseph Rouget de Lisle rivolge ai suoi connazionali nel ritornello di quel celeberrimo canto bellico -commissionatogli dall’allora sindaco di Strasburgo, il barone di Dietrich, in seguito alla dichiarazione di guerra della Francia all’Austria- noto ai più come “La Marseillaise” (It.: “La Marsigliese”). La medesima esortazione ci viene ora rivolta -ed a ragion veduta- dal neo-presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, la cui vittoria alle ultime elezioni ha segnato fuor di dubbio una tappa importantissima nel cammino della lotta al populismo. Fornire un’adeguata definizione di quest’ultimo non è affatto semplice: il concetto affonda le proprie radici nella Russia degli anni Sessanta del secolo decimo nono. Nel 1861 venne costituita la prima organizzazione populista, chiamata Zemlja i volja, nel clima di delusione causato dalle modalità di abolizione della servitù della gleba. Il termine Russo che identifica le organizzazioni di tal genere è nardoničestvo, poi tradotto dagli Inglesi con la parola populism. Al giorno d’oggi tale concetto sta a significare un atteggiamento ideologico volto ad esaltare in modo demagogico ed illusorio il popolo come depositario di valori positivi: l’ispirazione del populismo è indubbiamente socialista, ma al giorno d’oggi rischia di assumere connotati alquanto pericolosi, giacché essa è suscettibile di persuadere gli elettori ad operare scelte inconsapevoli che potrebbero condurre un determinato stato alla rovina, cagionata in primo luogo dalla chiusura nei confronti del Prossimo. Così è avvenuto negli Stati Uniti -nazione la cui Federal Constitution è a mio avviso una delle più belle del mondo, pur presentando al contempo non poche lacune- in seguito all’elezione di Donald Trump alla carica di President. Tale rischio, carissimi Lettori, lo ha corso anche la Francia (e con essa l’Unione Europea nel suo complesso), dove la candidata di estrema destra, Marine Le Pen, ha dimostrato di essere un’abile burattinaia al par di Mangiafoco: con i suoi intenti a mio dire pazzoidi (che non mi metto ad illustrare qui, essendo essi già noti a molti di voi) era quasi riuscita ad ammaliare il popolo, facendolo illudere che un’eventuale isolamento della Francia dal resto del Continente non avrebbe fatto che bene in una prospettiva di crescita economica e stabilità politica della Republique. Ma fortuna ha voluto che la maggioranza dei Francesi abbia deciso di difendere gli ideali rivoluzionari di Liberté, Egalité et Fraternité (It.: Libertà, Eguaglianza e Fratellanza) e di allargarne la portata: non si dimentichi che le Comunità Europee, la cui fusione ha dato poi luogo all’attuale Unione, sono nate grazie all’iniziativa del noto politico Francese Robert Schuman (del quale è in corso la causa di beatificazione), il quale era convinto che soltanto un’unione tra Germania Ovest (il Paese era ancora diviso) e Francia avrebbe garantito la pace nel Vecchio Continente. Nel 1952 i due paesi diedero vita alla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (la CECA) insieme con Italia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi. 
L’invito che rivolgo a tutti voi, cari Lettori, è quello di non lasciarsi infinocchiare dagli estremisti: con le loro manovre essi intendono soltanto disunire l’umanità, generando in una determinata popolazione l’illusione di essere, diciamo così, migliore rispetto ad un’altra. A ragion veduta Papa Francesco afferma che per far sì che le creature vivano in armonia vanno costruiti non muri, bensì ponti: ed è proprio questo l’intento di Emmanuel Macron. Quindi, marchons, ossia……marciamo! 
 
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NARDONE
Redazione

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