L’emergenza Istruzione. Vogliamo un popolo davvero istruito?

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di Francesco Donato Perillo.

NARDONE

In base agli umori del Paese e alle logiche espresse dal governo (da tempo ormai tendenti ad assecondare i primi piuttosto che a indirizzarli), non si riscontra un’adeguata contezza del fatto che ingenti spese per fronteggiare l’emergenza di oggi graveranno sul debito pubblico dei nostri figli e nipoti. Eppure al buonsenso appare lampante che il rilancio dell’istruzione, in un Paese che su questo è agli ultimi posti in Europa, rappresenta la premessa per il futuro delle prossime generazioni.

Dopo la riforma introdotta da Luigi Berlinguer nel 2000, cui sono seguiti i gravissimi tagli operati per pagare i costi della crisi dal 2008 in poi, sulla scuola non c’è stato più un progetto organico guidato da una visione, e neppure vi sono a tutt’oggi, alla vigilia della riapertura delle attività, convincenti soluzioni operative per fronteggiare la carenza di aule, di didattica e di strutture.

Forse è proprio dalla riforma Berlinguer, incompiuta come la maggior parte delle riforme in Italia, che bisogna riprendere il filo. L’intervento su queste pagine di Beatrice Carrillo, un’insegnante che la scuola la vive sulla propria pelle, lo conferma. E lo confermano anche, con tutto il cinismo dei numeri, i recenti dati pubblicati dall’Istat sul censimento scolastico.

È bene allora provare a chiarire come stanno le cose riguardo a un sistema istruzione che, analogamente a quanto avviene nel resto del mondo occidentale, si impernia sul modello di un servizio pubblico misto, erogato sia dallo Stato che dalle scuole paritarie.

Ben il 30% dei bisogni scolastici è attualmente coperto dalle scuole paritarie che svolgono un servizio pubblico secondo le norme della riforma Berlinguer (L.62/2000).

Bisogna poi sfatare il mito che la scuola statale sia gratuita: il suo costo per alunno arriva agli 8000 euro all”anno. La scuola statale la paghiamo noi contribuenti e dovendo anche provvedere a portare il sapone e la carta igienica. Per la scuola paritaria invece non solo non vi sono oneri per i contribuenti (come recita l’art 33 della Costituzione) ma enormi ricavi per lo Stato: se infatti le paritarie chiudessero (e molte sono oggi a rischio per assenza di aiuti Covid) lo Stato dovrebbe provvedere a istituire nuove scuole per soddisfare il bisogno scolastico, con un costo stimato che supererebbe gli 8 miliardi (dati Ocse Pisa).

Nel tempo si sono incrostati diversi pregiudizi verso il privato, ma non solo per la scuola. Luci e ombre, diplomifici e centri di eccellenza, una lotta continua tra ragioni confessionali e ideologie massimaliste, hanno fatto passare in second’ordine il ruolo importante della scuola paritaria nel corso della crescita italiana del dopoguerra e il ruolo che essa potrebbe oggi a giusto titolo rivestire.

Sia lo Stato che le paritarie svolgono un fondamentale servizio pubblico con docenti abilitati, con le stesse norme e gli stessi programmi. Anzi le paritarie sono soggette a maggiori controlli, vincoli e oneri burocratici. L’assurdo è che esse restano riservate ai soli cittadini abbienti che possono permettersele. I meno abbienti devono per necessità accontentarsi delle vistose carenze logistiche e di istruzione delle scuole statali. Un’ iniquità e un serio vulnus al principio della libertà di scelta nell’istruzione.

La pregiudiziale ideologica dei 5 stelle, aggravata dalla remissiva acquiescenza degli alleati di governo, non ha consentito di istituire, nell’ambito dei provvedimenti per l’emergenza, un bonus istruzione legato al reddito per dare a tutte le famiglie, in base ai costi standard, la libertà di scelta educativa. Eppure il bonus metterebbe in concorrenza il pubblico col privato, favorendo l’eccellenza e la qualità dell’istruzione. Non solo. Risolverebbe immediatamente anche il gravissimo problema della carenza di aule e di docenti per la ripresa dell’anno scolastico: la stessa Ministra Azzolina e il premier Conte hanno dichiarato che per il 15% degli alunni (900.000 ragazzi) non c’è posto nelle aule distanziate. La Ministra si sta perciò adoperando per scaricare il problema sui Comuni (in quanto proprietari delle strutture) per individuare spazi alternativi: cortili, case dismesse, parchi, eccetera. Oppure realizzare pannellature leggere per dividere gli ambienti. Mancano solo 30 giorni alla riapertura e si intravede solo confusione.

Forse un solo punto emerge chiaro: non è un popolo davvero istruito quello che si vuole. Come d’altra parte non è una vera democrazia quella perseguita da chi vuole ridurre il numero dei parlamentari e allo stesso tempo imbottire il Parlamento di ignoranti e incompetenti. Tanto “uno vale uno” no? Ma è proprio qui il principio della disgregazione civile del nostro Paese: a che serve la scuola? A che serve il Parlamento?

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