La Destra italiana. Draghi e le emergenze continue. Gli Usa e Biden. Intervista con lo storico Luigi Marco Bassani, specialista in storia delle dottrine politiche

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Anna Tortora

Per la mia rubrica IL Personaggio sono lieta di ospitare il Prof. Luigi Marco Bassani.
Luigi Marco Bassani, nato a Chicago nel 1963, è professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli studi di Milano. I suoi interessi di ricerca riguardano principalmente il pensiero politico americano dalla Rivoluzione alla Guerra Civile, il liberalismo classico, la storiografia machiavelliana e la filosofia sociale della Scuola austriaca. Fra le sue opere, Il pensiero politico di Thomas Jefferson. Libertà, proprietà e autogoverno, 2002; Marxismo e liberismo nel pensiero di Enrico Leone, 2005; Dalla Rivoluzione alla Guerra Civile. Federalismo e Stato moderno in America 1776-1865, 2009; Liberty, State & Union. The Political Theory of Thomas Jefferson, 2010; Repubblica o democrazia? John C. Calhoun e i dilemmi di una società libera, 2016; (con Alberto Mingardi) Dalla Polis allo Stato. Introduzione alla storia del pensiero politico, 2017; Chaining down Leviathan. The American Dream of Self-Government, 2021.

La vicenda di Salvini con il sindaco polacco comporterà un cambiamento nella Lega?

“Mi spiace molto quello che è successo a Salvini in Polonia. Il danno d’immagine è davvero enorme e l’agguato è stato ben orchestrato dai suoi nemici. La sua parabola sembra in un momento discendente e inarrestabile. Però bisogna comprendere cosa davvero è accaduto in questi ultimi anni. A Matteo Salvini è stata consegnata da Roberto Maroni, orami dieci anni fa, una Lega che era il partito più vecchio del parlamento italiano. Aveva ricevuto il compito di chiudere l’esperienza e uscirne con qualche prebenda e senza troppi danni. Lui ha cambiato la linea del partito, ma dopo un quarto di secolo di prese per il naso da parte di Bossi su federalismo, indipendentismo, secessione, devoluzione e chissà cos’altro se si fosse ripresentato come il cane da guardia degli interessi del nord, avrebbe preso sì e no il 2%. Salvini ha reso la Lega un partito essenzialmente monotematico per sette anni, come dal 1990 al 2010 la sua ragion d’essere era il federalismo (comunque inteso), dal 2012 al 2019 la Lega è stato il partito che si opponeva all’immigrazione illegale e all’invasione dei migranti economici. La battaglia politica di Matteo Salvini è stato il contrasto alla “invasione”, e questa era la maniera più semplice per fare della Lega Nord un partito nazionale.
Dal gennaio 2020 – ed esattamente dopo elezioni regionali perse in Emilia-Romagna, sulle quali Salvini aveva scommesso tutto – il leader ha perso la bussola e nei successivi due anni ha dimezzato i consensi e perso la strada. Lo dico con dispiacere, giacché mi rendo perfettamente conto che nel quadro italiano il declino della Lega segna il prepotente ritorno del PD nella sala di comando (dal 2011, pur in assenza di chiare vittorie elettorali e spesso a fronte di sonore sconfitte il PD ha praticamente sempre governato). La Lega avrebbe dovuto essere il centro di un vasto progetto per mettere i post-comunisti in condizione di non nuocere nella politica italiana. Non è stato così. Dall’inizio della pandemia, fino alla successiva partecipazione al governo Draghi e all’appoggio a tutte le misure sanitocratiche che hanno reso l’Italia il paese di gran lunga meno libero dell’Occidente, Salvini ha davvero lavorato per il Re di Prussia. Anzi per il Re e anche per la Regina, ossia Mario Draghi e Giorgia Meloni. Sarà infatti quest’ultima a tentare di creare un progetto politico che mandi in soffitta il PD e i suoi cespugli, da Forza Italia ai Cinque Stelle.”

Destra italiana in crisi?

“Dire che la destra in Italia è in crisi è davvero un eufemismo. La vera disgrazia del centro-destra in questo paese ha origini lontane, nasce almeno dal crollo del vecchio sistema dei partiti. Nessuno in quella parte politica ha mai creduto alla battaglia, ossia allo scontro di idee. Solo nel 1994, per pochi mesi, si poteva percepire una differenza di visione fra la gioiosa macchina da guerra occhettiana e la coalizione capitanata da Berlusconi. Poi ogni dibattito, ogni tentativo di riformare davvero il paese si è scontrato con una sorta di fatalismo mediterraneo che ha colpito tutti. Berlusconi ha vinto tre volte, ha avuto mandati chiarissimi, maggioranze parlamentari vastissime e non è riuscito a portare a casa neanche una minima riforma (neanche, ad esempio, la separazione delle carriere fra magistrati inquirenti e giudicanti).
Insieme al fatalismo, l’intera politica del centro-destra è stata ipnotizzata dalla potenza dello Stato. Nessun richiamo a mercato, libertà, impresa, responsabilità individuale, solo promesse di prebende pubbliche dalle Alpi a Capo Passero. La religione civile che ha ormai soppiantato quasi del tutto l’antico cristianesimo di queste terre è una statolatria che non conosce più limiti e attraversa ogni schieramento politico (addirittura la si coglie ormai in ogni messaggio del massimo rappresentante della Chiesa cattolica romana). Parlare di liberalismo classico in Italia, o anche solo di libertà è come raccontare i colori dell’arcobaleno a un non vedente. Siamo ormai all’adorazione costante e continua un’istituzione quale lo Stato. Diceva Lugi Sturzo nel 1952 che tratta di una “concezione assurda e inumana. Veramente panteista, in quanto lo stato così concepito non ha sopra di sé né l’uomo né Dio. Dio è scomparso e l’uomo è divenuto schiavo”. E chissà quale sarebbe il suo giudizio oggi che il cammino dello statalismo ha oramai prodotto la società civile più drogata di soldi pubblici della storia. Ma lo statalismo è anche una religione costosissima. Se la politicizzazione e conseguente statizzazione della società è naturalmente il tratto permanente e pernicioso di tutte le democrazie contemporanee, esso ha il suo zenit in Italia. Mai una società è stata schiacciata da un simile livello di spesa pubblica, debito nazionale, tassazione e conseguente corruzione. Quando ben oltre la metà del reddito prodotto viene intercettato e gestito dai funzionari pubblici, il disastro non è più annunciato come ai tempi di Sturzo, ma sta accadendo giorno dopo giorno. L’Italia è globalmente l’area del pianeta che è meno cresciuta negli ultimi trenta anni e se ci spostiamo sul sud i dati ci mostrano un impoverimento (relativo) che non ha paragoni in nessuna epoca storica. Si pensi al fatto che trenta anni fa il Mezzogiorno d’Italia era più ricco di ogni singolo paese che usciva dal comunismo. Oggi è più povero di ogni singola area ex comunista. E continua a provare sulla sua pelle gli effetti deleteri di un totalitarismo dolce, fatto di assistenzialismo, redistribuzione, tassazione folle e ostacoli ormai insormontabili allo sviluppo economico. No, il centro-destra non ha alcun programma per invertire il declino italiano. Anzi lo sta cavalcando appieno. In fondo il declino è lo strumento che le élite al potere stanno sperimentando per mettere al sicuro i propri risparmi e abbandonare il territorio. Il disastro economico italiano – quello che fa sì che il salario medio sia il più basso fra i Paesi sviluppati – riguarda la povera gente di cui e a cui non parla proprio nessuno.”

Destra e fascismo

“Il ventennio fascista è stato il tentativo estremo e fallimentare di forgiare una nazione entro un territorio che non è tenuto insieme da altro che dalla geografia. Tutte le grandi istituzioni fasciste, quelle che segnavano la piena compenetrazione fra lo Stato e il mercato al fine di forgiare un’economia nazionale interamente diretta dagli apparati burocratico amministrativi, sono rimaste perfettamente in piedi nella Repubblica nata dalla Resistenza. La lunga marcia dello Stato proseguiva imperterrita nel Dopoguerra. Il grande sforzo fascista della costruzione nazionale, seppur incompiuto, andava accantonato a fronte delle minacce che giungevano dal mercato, ossia dalla libertà dei singoli di amministrare il loro patrimonio e di negoziare accordi con altri individui. Economisti, filosofi e scienziati sociali di ogni tipo giungono sempre alla medesima conclusione: il libero mercato non produce un livello “sufficiente” di spesa per la sanità, per lo sviluppo tecnologico, per l’istruzione e così via. Tutti i settori sui quali la mano pubblica aspetta ansiosa di estendere i propri artigli vengono dichiarati soggetti ad una sorta di rattrappimento della mano invisibile e quindi bisognosi di intervento governativo. Non è mai esistita un’autentica cultura liberale nelle aree italiche capace di contrastare a rozzissima, ma imperante narrazione (davvero degna di un paese latino-americano) del pubblico funzionario buono e del capitalista cattivo. In ogni caso, la cifra ultima della storia unitaria, al cui centro si colloca ovviamente l’esperienza mussoliniana, è lo “statalismo”, inteso in senso ampio, come controllo dell’economia e della vita associata per mezzo di una burocrazia riconosciuta dallo Stato. Ma il problema che tu poni mi sembra questo: Perché un Risorgimento nel quale non pochi uomini erano assennati e orientati verso una cultura liberale classica non ha poi prodotto istituzioni politiche liberali? I motivi sono molti, ma il cuore dell’analisi dovrebbe partire da un fatto: per molti liberali italiani dell’Ottocento e del Novecento il tema vero non era quello delle libertà di tutti, ma al contrario, come ricordava De Sanctis (ed era un concetto caro anche a Croce) “la nascita dell’idea di libertà moderna (e del partito liberale) sta[va] nella lotta contro la libertà della Chiesa”. Cioè i liberali si sono fin dal principio lanciati in una lotta contro la Chiesa, che ha finito per accrescere enormemente il potere dello Stato. I liberali italiani, in breve, erano coloro i quali volevano restringere le libertà della Chiesa e quindi ridurre enormemente il suo peso nella società. Lo “Stato onnipotente” non appariva un pericolo ai liberali nostrani, anzi la sua forza e potenza erano utili per contrastare efficacemente l’influenza del clero, la vera minaccia alle libertà degli individui. Alla fine di centosessanta anni di vita unitaria lo Stato è ormai il socio occulto e maggioritario di ogni impresa, famiglia e individuo.”

Draghi e continui stati di emergenza

“Mario Draghi è un altissimo burocrate internazionale. Il suo enorme prestigio (in patria, la guerra ha fatto toccare con mano che all’estero il suo carisma è vaporizzato) deriva proprio dall’aver avuto un ruolo da protagonista nelle organizzazioni internazionali. In fondo è stato il segreto di una politica italiana di rarissima insipienza, che dopo aver servito l’ONU ha avuto una certa popolarità in patria: Laura Boldrini. Gli italiani adorano le istituzioni internazionali, sono sempre stati molto complessati ed esterofili: sanno di avere eccellenze culinarie e della moda (a tratti anche calcistiche), ma di essere agli ultimi posti in tutte le classifiche mondiali su tutto il resto. Quindi quando un italiano (Mario Monti, Laura Boldrini, Mario Draghi) si fa strada in un ambiente internazionale i suoi concittadini incominciano ad osannarlo. A mio avviso, il suo governo è il peggiore della storia non repubblicana, ma dall’unità. Ha varato un sistema che non ha nulla di sanitario in senso stretto (altrimenti sarebbe stato adottato anche in altri Paesi colpiti dal COVID), ma è essenzialmente quello dei crediti sociali del Partito Comunista cinese. Il governo decide cosa devono fare i cittadini-sudditi e chi non si conforma diventa un paria della società. L’articolo tre della Costituzione, quello che stabilirebbe l’assoluta uguaglianza fra tutti i cittadini, è stato frantumato a colpi di decreti negli ultimi due anni, ma dalla scorsa estate si è assistito a un imbarbarimento del linguaggio politico che non ha paragoni nella storia italiana (anzi li ha, ma non si possono fare). E il tutto è accaduto con il consenso unanime delle forze politiche. Le ragioni costituzionali e della libertà personale non hanno avuto alcun rilievo di fronte a un’emergenza sanitaria rappresentata da un virus che uccideva in media ottantenni con almeno tre gravi comorbidità. Il premier Draghi ha detto apertamente a chi non si era vaccinato che non faceva parte della nostra società, arrogandosi il diritto di stabilire il perimetro sociale e chi ne stava dentro: un potere che la Costituzione non ritiene neanche immaginabile. Questo vischioso sistema di controllo sociale e crediti è quanto di meno liberale si possa immaginare, ma soprattutto risulterà difficilissimo da smantellare: esiste infatti una burocrazia che ormai vive di lasciapassare e codici.
I governi amano le emergenze e le crisi, proprio come le imprese i periodi di crescita e benessere, e non è un caso che Mario Draghi ne abbia immediatamente dichiarata un’altra fino al dicembre 2022, giustificata, si fa per dire, dall’attacco di Putin alla Ucraina.  La sensazione è che ormai tutto diventerà ordinariamente emergenziale. Oltretutto, non si vede quale strumento possa esistere per contestare lo stato di emergenza, a fronte di maggioranze politiche così ampie e servili.
In breve, l’Italia è sprofondata in un vero inferno politico e sociale, che in 24 mesi ha portato dagli arresti domiciliari generalizzati, alla creazione di una incontestabile “scienza di Stato”, che ha sostenuto tutto e il contrario di tutto. Come in ogni regime totalitario sono stati individuati i nemici del popolo, prima i corridori solitari nei campi, poi i non mascherinati e infine i più ributtanti di tutti, i non vaccinati. È stato seminato da ogni pulpito un odio che non ha lasciato spazio né all’umana pietà, né al ragionamento pacato. Le ferite non saranno facili da rimarginare.”

Parliamo degli Usa e Biden

“Il panorama politico americano e stato ridisegnato interamente dalla pandemia. Si dirà, ma la pandemia non è una questione politica, ma sanitaria. Nulla di più falso: il virus è talmente politico da essere l’essenza stessa della politica, in Italia come in America. Pensate che un sondaggio dell’aprile 2020 constatava che fra gli elettori democratici il 98% era enormemente preoccupato dal virus, mentre fra i repubblicani la percentuale scendeva al 44%.
La pandemia di fatto ha anche fornito una chance ai democratici. Mentre prima si pensava che Donald Trump fosse impossibile da disarcionare, l’economia cresceva, la disoccupazione fra le minoranze era bassissima e siccome questi sono i dati sui quali si vota (essenzialmente il giudizio sulla performance economica del paese dei quattro anni precedenti), i Democratici lasciavano pascolare liberamente i candidati fino a lasciar prendere un grande vantaggio a Bernie Sander, comunista newyorchese che non avrebbe avuto una possibilità su mille di battere Trump. L’elezione di Biden incomincia il 29 febbraio del 2020 con la sua vittoria alle primarie del South Carolina. Il virus ha anche fatto accettare un certo rilassamento dei requisiti del voto per posta che ad avviso di qualcuno … e qui mi fermo.
Oggi Joe Biden ha un approval rate che varia dal 30 al 37 %, uno dei più bassi da quando il consenso intorno all’operato del Presidente viene monitorato in questo modo. La debolezza mostrata dall’America da quando Biden è al comando, a cominciare dall’abbandono dell’Afghanistan senza neanche tentare di portare a casa i miliardi di dollari di sofisticatissime attrezzature militari, secondo molti osservatori è il singolo fattore più rilevante per spiegare l’azzardo di Putin. In ogni caso, come ha detto Donald Trump alla riunione dei conservatori di fine febbraio ad Orlando, in Florida, lui è stato l’unico Presidente che ha ritirato truppe e non ha iniziato nessun conflitto. E anche il solo, nel secolo ventunesimo, durante il cui mandato la Russia non ha mosso guerra a nessuno. Trump poteva piacere o meno, ma è stato un autentico leader dell’Occidente. Biden è sotto tutela, impaurito, non pienamente capace di affrontare discorsi e telecamere, ma tutti si augurano che resista e prosegua a respirare. Dopo il suo respiro vi è infatti una vicepresidente che è un’autentica nullità politica e ricopre quel ruolo per un accidente della storia, non piace né ai democratici, né ai repubblicani e adesso è di fatto scomparsa dalle scene. Meglio la senilità ostentata di Biden che il nulla assoluto della Kamala Harris.”

Ringrazio il Prof. Luigi Marco Bassani per il prezioso contributo.

Anna Tortora

Nata a Nola. Si è laureata alla Pontificia facoltà teologica dell'Italia meridionale. Le sue passioni sono la politica, la buona tavola, il mare e la moda. Ha militato per diversi anni in Azione Giovani e poi in Alleanza Nazionale. Accanita lettrice, fervente cattolica e tifosa del Milan.