Intervista – Vivere di musica, un sogno realizzabile. Claudio e Diana lo raccontano nel libro ‘Si, ma il lavoro vero?’

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La musica è un sogno ma anche una meta. Lo sanno bene Claudio e Diana, coppia nella vita e nel lavoro. Su 39 anni di vita condivisa, 35 sono trascorsi in musica. Al loro secondo lavoro di scrittura autobiografica, Claudio e Diana raccontano al lettore come sia possibile coniugare una passione con il lavoro, trascorrendo il tempo felici nel realizzare un desiderio fatto di note ed incontri. Con la prefazione di Catena Fiorello, il duo artistico narra non solo gli esordi di una lunga carriera, ma la diffidenza che spesso ruota intorno a chi dedica la propria vita ad un’arte, ritenuta dai più accessoria e non un vero lavoro. Invece la coppia della posteggia napoletana dimostra in un libro, come sia possibile profondere l’impegno per realizzare ciò che si vuole, non senza difficoltà, ma con grande  abnegazione. È questa infatti la chiave di un cammino fatto non solo di fortuna, ma di ferrea volontà di riuscire, perché l’ostinata consapevolezza di ciò che si ama, e in questo caso la musica, diventa la vera chiave del successo di ogni caparbio sognatore, come sottolineato in questa autobiografia: “Fare musica è la cosa più bella al mondo e fino a quando riusciremo a far sorridere qualcuno e far piangere qualcun’altro noi non smetteremo, perché la Musica è Vita, essa è la nostra stessa Vita”.

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L’ INTERVISTA

– Claudio e Diana, perché scrivere questo secondo libro? Rappresenta per voi un omaggio alla musica o un bilancio della vostra vita esortando il lettore a non arrendersi davanti ai sogni?

Ci siamo chiesti noi per primi, perché scrivere questo libro. In realtà non lo avremmo mai immaginato, ma è stato quasi un percorso naturale. Abbiamo voluto mettere su carta parte delle nostre esperienze di questi primi 35 anni di attività e 39 di vita insieme. Sicuramente un omaggio alla musica, un ringraziamento, e l’esortazione a credere sempre nei propri sogni, a non arrendersi, a provarci sempre, fino in fondo.
– La musica non si fa, si guarda, come avete definito. Cosa vedete ancora oggi in essa e cosa avete visto da ragazzini in questa unione di ritmo e note?

Per noi la musica è sempre stato un faro, il faro che illuminava la nostra strada mostrandoci il percorso da fare. Un faro ed un gancio che ci ha legati, unendoci e facendoci vedere e capire che era con lei, con la musica, che avremmo voluto condividere tutta la nostra vita.
– Il sognatore è un uomo che non ha ceduto al compromesso. C’è qualcosa con cui avete dovuto “patteggiare” per fare musica e vivere felici?
Essendo dei veri sognatori, convinti, tenaci, non abbiamo accettato nessun compromesso, soprattutto quelli che avrebbero potuto distoglierci dal nostro obiettivo: vivere di musica. Non abbiamo mai ceduto alle sirene del posto fisso, che pure era a portata di mano, né al considerare la musica un “dopolavoro”. Doveva essere il fulcro della nostra vita.

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– Come i tasti di un pianoforte creano due binari, così voi due siete stati l’uno il compagno di viaggio dell’altra. Quale armonia avete dunque creato suonando insieme?

È una bellissima metafora quella dei tasti del pianoforte, perché noi siamo proprio così: il bianco e il nero, con diversità caratteriali, interessi che ci contraddistinguono e che teniamo molto a far sì che restino tali. Non abbiamo mai cercato di “plasmare” l’altro a propria immagine e somiglianza, ma sempre protetto le diversità. L’armonia l’ha data sicuramente la passione fortissima per il lavoro che facciamo, ma, innanzitutto il bene che ci vogliamo, che va molto oltre l’amore, che spesso, è passeggero. Di sicuro siamo riusciti a capire come sorreggerci a vicenda: non ci abbattiamo mai insieme, quando c’è qualche difficoltà. Se Claudio è preoccupato, Diana lo sorregge e viceversa.
 

– La musica è incanto ma anche sacrificio. Come si costruisce dunque una professione solida con cui “campare” per dirla alla buona?

La musica è incanto, verissimo e altrettanto vero il fatto che comporta sacrificio, soprattutto se si vuole fare di questo incanto il proprio lavoro.
Noi, appunto, lo abbiamo sempre considerato un lavoro che richiede sacrificio, impegno, studio, passione, rispetto e dunque abbiamo sempre fatto il massimo perché fosse la nostra “fonte di sostentamento”. Si tende a vedere il bello della serata. Quello è sicuramente il momento più piacevole, ma dietro c’è, ci deve essere, ci sono stati, anni di studio, impegno, totale abnegazione. Nel nostro caso, potremmo dire che nulla di ciò che abbiamo fatto è stato un peso, vivere facendo ciò che si ama è un dono inestimabile, e quando la fatica non la senti, vuol dire che è stata la scelta giusta.

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– Le professioni dell’arte spesso sono ritenute accessorie. Dopo due anni di pandemia, quale risposta intendete fare a chi è convinto di ciò?

La pandemia è stato sicuramente un momento difficile: inizialmente abbiamo pensato ad uno stop di qualche giorno, settimane al massimo. Quando poi abbiamo capito che la cosa sarebbe stata lunga avevamo avanti due strade: abbatterci, magari come ha fatto qualche collega cambiando lavoro, o continuare a crederci. Abbiamo senza dubbio scelto questa seconda strada. Subito dopo il primo look down abbiamo iniziato una serie di dirette per tenere compagnia alle persone, cantare, raccontarci, invitare a restare a casa. Da qui è nata un’attività lavorativa online: ci chiamavano per dedicare serenate via Skype, Messanger, ecc…ed addirittura spettacoli che abbiamo fatto, tra l’altro in Brasile ed Argentina. Raccontiamo nel libro di una persona che ci disse che facevamo un lavoro inutile. Ci abbiamo pensato, riflettuto, ma l’emozione che leggiamo negli occhi delle persone, la compagnia che teniamo a chi è solo, malato, a chi vuole divertirsi, a chi vuole trasmettere il proprio amore, ci ripaga e convince che la musica e l’arte in genere, ha un potere immenso.
– Questo racconto è un viaggio nella vostra vita e nella vostra musica. Se oggi poteste sintetizzare con una canzone tale esperienza, quale scegliereste?

La canzone sarebbe sicuramente “La vita è adesso” di Claudio Baglioni. Il passaggio che dice “perché non c’è mai fine a un viaggio, anche se un sogno cade” è proprio il nostro. Noi quando un sogno non va in porto diciamo” si chiude una porta e si apre un portone”. Avanti tutta sempre!

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– Dopo 30 anni di professione tra viaggi e note, è il caso di dire ‘ne è valsa la pena’?

Dopo 35 anni di professione non solo né è valsa la pena, ma lo rifaremo altre 1000 volte, perché…..non abbiamo ancora iniziato!!!
 

 
 

Pina Stendardo

Giornalista freelance presso diverse testate, insegue la cultura come meta a cui ambire, la scrittura come strumento di conoscenza e introspezione. Si occupa di volontariato. Estroversa e sognatrice, crede negli ideali che danno forma al sociale.