INTERVISTA – Luciano Cannito: “Cinema e teatri avamposti di cultura. Chiudere significa discriminare a priori lavoro e futuro”

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NARDONE

Roma, 27 ott. – Solo due settimane fa, paventando le ulteriori strette che il Governo avrebbe posto a sport, cultura e spettacolo italiano in vista dei dati crescenti della pandemia, Luciano Cannito, noto coreografo e regista,  a mezzo stampa aveva rilasciato le sue personali dichiarazioni, lanciando un ulteriore appello alle istituzioni.

“Danza e spettacolo ritenute attività non indispensabili? Siamo davanti ad azioni discriminanti ed anticostituzionali!”.  Così tuonava il Maestro Cannito, che nel mondo dello spettacolo nazionale ed internazionale, ha costruito una lunga ed appagante carriera.

 

Le luci del palcoscenico teatrale lo hanno portato alla Scala di Milano, al San Carlo di Napoli, al Teatro dell’Opera di Roma, fino al Metropolitan di New York, l’Orange County Performing di Los Angeles, il Teatro dell’Opera di Nizza, di Tel Aviv, il Grand Theatre de Bordeux o il Palace des Artes di Montreal.

Conosce benissimo i sacrifici e il rigore che si nascondono dietro la nobile arte dello spettacolo, dove il rispetto delle regole, delle distanze sul palcoscenico erano già importantissime e rispettate, prima delle regole antiCovid. Da esperto regista e direttore artistico di balletti, spettacoli e kermesse, si è attenuto ai protocolli di sicurezza, quando dopo il lockdown è ritornato sul palcoscenico.

Per questo fa sentire la propria voce interpretando le esigenze di tutti i colleghi dell’ambiente della cultura e dello spettacolo, purtroppo costretti ai venti avversi dei tanti dpcm che li stanno coinvolgendo, negativamente.

In questa intervista Luciano Cannito ribadisce il suo concetto: “Chiudere scuole, teatri, cinema, così come dare uno stop a danza e sport, significa discriminare il futuro dei nostri giovani e di tanti lavoratori. La cultura è vita, oltre che spinta a reagire ai problemi”.

Il suo monito assume ancor più significato inseguito alle proteste dei ballerini che sono scesi ieri a Roma in Piazza del Pantheon e a Napoli in Piazza del Plebiscito, alzando al cielo le scarpette di danza, rivendicando libertà di esprimersi attraverso la loro arte.

– Maestro,  le scuole di ballo già prima dell’ultimo Decreto governativo sulla chiusura disposta di cinema e teatri, avevano subito uno stop, in quanto equiparate ad altre attività sportive. La danza era già stata penalizzata nella riapertura, tanto che ha sentito l’esigenza di farsi portavoce del suo mondo. Cosa sente di ribadire?

Dove sta scritto che cinema, teatri, sedi culturali, siano luoghi di contagio? Al contrario, sono luoghi di bellezza e guarigione. Non è la possibilità di una eventuale malattia che determina la chiusura di una vita! La morte non la sconfiggi, se non vivendo. La danza, così come lo studio della musica, della recitazione, del canto, non sono hobby. Il numero di casi di contagio nelle accademie che preparano all’arte è vicino allo zero assoluto e stiamo trattando queste discipline come non indispensabili. Invece per molti studenti sono passioni da trasformare in attività professionale futura. 

– L’ennesima doccia fredda per il mondo delle arti dello spettacolo è arrivata con il nuovo dpcm che ha decretato la chiusura di teatri, cinema e luoghi di incontro culturale. Il suo pensiero in merito a questa scelta?

Essere noi tutti, messi in un unico calderone, non è corretto. Non penso che qualsiasi cosa abbia a che fare con l’arte, possa essere criminalizzata. E’ scandaloso! Abbiamo il dovere sacrosanto di tutelare il presente di lavoratori e giovani, perché ne va del loro futuro. E’ come se il governo stesse decidendo oggi cosa i giovani faranno da grandi, perché sta cambiando le scelte del nostro futuro. I rischi che si stanno correndo sono grandi, per poter parlare di democrazia. L’importanza del lavoro, dello studio, non è una cosa su cui si può decidere con leggerezza, perché la preoccupazione di tutelare la salute, sta generando ossessione. Piuttosto, si procedesse a lavorare sulla disponibilità di posti letto e terapie intensive nelle strutture ospedaliere. Assunto il fatto che abbiamo il dovere di tutelare la salute, dobbiamo farlo per tutte le malattie che sono nel mondo, non solo per il Covid! Quello che è folle è che si sta rovinando il futuro di 300.000 lavoratori tra 5, 6, 7 anni. Nella danza stanno scomparendo tutte le compagnie. Tutto questo ha una portata a lungo termine, ancor più grande del dazio che stiamo pagando adesso. I poteri si mantengono sulla paura e ci stanno mettendo con le spalle al muro. Nella democrazia invece, si tende ad evitare il panico…perchè si sa da sempre cosa scateni nei processi mentali! Ci sono tanti ipocondriaci; anche loro vanno rispettati e tutelati. Dobbiamo aver cura di tutte le fragilità, come non mai, in questo momento. 

Quale impatto avrà questo nuovo lockdown sul mondo degli artisti e sui giovani?

Consideri che alcune accademie non avevano ancora riaperto; che i contratti di spettacoli all’estero sono stati cancellati; che in Italia è tutto in stand by. In alcune scuole del Sud Italia, dove c’è tanta necessità di avere avamposti culturali in cui studiare l’arte, tutto è silente. Lavorare con l’arte significa compiere un lavoro sociale, oltre che culturale, cui si nega sviluppo. L’Arte è un investimento sulle persone, un investimento a fare bene e purtroppo in questo momento il settore versa in serie difficoltà; è discriminato.

-Nonostante i tempi che corrono, quale augurio fa alla danza? 

Alla danza auguro di conservare la passione (motore della vita). Non vorrei che il lockdown incidesse sul fuoco ardente dei giovani. Non sta accadendo, per fortuna, perché la danza è gioia. Ricordiamo a tutti che le attività di studio di un’arte, hanno una rigorosissima disciplina. In sala non si possono disattendere posizioni e distanziamenti già di per sé, perché significherebbe sbagliare un esercizio. La danza è sicura, come l’arte in genere, per questo merita di essere in scena.

 

 

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Pina Stendardo

Pina Stendardo

Giornalista freelance presso diverse testate, insegue la cultura come meta a cui ambire, la scrittura come strumento di conoscenza e introspezione. Si occupa di volontariato. Estroversa e sognatrice, crede negli ideali che danno forma al sociale.