Intervista – ‘#12 papà, calendario della paternità’ di Giovanni Salzano: in un libro il vademecum perfetto per i padri che non dimenticano di essere stati figli

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Napoli, 16 mag. – Si parla spesso di maternità, più raramente di paternità. Ad invertire la rotta attraverso la scrittura è Giovanni Salzano, giornalista ed ora autore, che lascia fiorire i sentimenti paterni sulle pagine del suo libro #12 papà – Calendario della paternità, Edizioni Ultra. Nero su bianco, mese dopo mese, prende forma il fantasmagorico viaggio di Giovanni, che racconta la meraviglia dell’essere padre mista alle ansie del quotidiano e alla rimembranza del bambino che era. La stesura fluida, versatile, veritiera, che strappa ora un sorriso per la sua schiettezza, ora una riflessione autentica per la sua profondità, conquista il lettore che si immerge  in un percorso nei sentimenti appartenente non solo a Giovanni, ma a tutti gli uomini e le donne che sono stati figli prima ancora di diventare genitori.

NARDONE

Così la paternità viene presentata con naturalezza, ora come un regalo, ora come un giardino che germoglia pian piano ed abbraccia tutta la gamma sconsiderata delle sensazioni che un individuo possa provare. Lo scrittore non filtra l’io narrante e il Giovanni papà prende per mano il Giovanni figlio ripercorrendo col suo flusso di coscienza tutte le tappe costruite sul sentito dire e sull’inaspettato che un genitore può cogliere nel corso della vita. Lo scrittore si sofferma sull’importanza del poter scegliere quale genitore essere, lasciandosi guidare dalle istanze dei propri figli. Con la loro vita questi ultimi costruiscono e smontano nuovi e vecchi paradigmi esistenziali, tali da far salire gli individui adulti sulla giostra dei ricordi per riaccarezzare con le parole volti cari della famiglia, figure che insieme al papà e alla mamma, tracciano l’iter emotivo di un bambino e di un nuovo nucleo affettivo che si costruisce man mano.

Gli zii acquistano dunque il loro ruolo primario nella formazione di un bambino e diventano gli accompagnatori dei papà che fanno da spalla alla mamma nel loro andirivieni giornaliero. Il ritmo sveglia, pappa, nanna, gioco, scuola, è lo tsunami che fa da sostrato ad ogni vita genitoriale intrisa a questo punto del dubbio iperbolico: “Sono degno di avere un bambino?”

La risposta è sempre affermativa e trova ragione nell’amore, il solo motore che alimenta le giornate di un padre e dona fiato anche alla stanchezza più assurda; un amore che non si nutre solo del tre o del quattro (a seconda di quanti figli ci siano in una famiglia), ma del ‘tanti’ ed ‘altri’, abbracciando tutte le persone che si incontrano nella vita e che danno la forza anche a un genitore, di non rinunciare a credere nei sogni e a prendersi cura di sè, con responsabilità e un pizzico di sana libertà.

#12 PAPA’, L’INTERVISTA A GIOVANNI SALZANO 

– Giovanni, hai raccontato nel libro del tuo approccio alla scrittura come un atto di coraggio, pur nutrendo il desiderio di pubblicare fin da bambino. Cosa o chi ti ha dato lo sprone a lanciarti nell’avventura di #12 papà?

E’ difficile pubblicare un libro sulla propria esperienza di vita; poi però ho pensato che si trattasse della memoria storica dei miei ultimi anni ed ho inteso mettere nero su bianco per lasciare un messaggio ai miei nipoti ed ai miei figli. Da ragazzino ero timido ed introverso, ma quando mi chiedevano da grande cosa volessi fare, rispondevo di voler diventare uno scrittore. Col tempo mi sono laureato in economia, ma devo ammettere che i social mi hanno aiutato a far fluire naturalmente il mio modo di comunicare. Il karma nella mia storia ha giocato la sua parte perchè occupandomi di comunicazione e marketing per diversi portali di giornalismo, mi sono avvicinato a questa professione ed ho cominciato a scrivere senza  fermarmi. Ho scelto di raccontare la mia paternità consapevole che non si smette mai di essere figli e non si smette mai di essere genitori.

 

– Perchè dedicare un libro alla paternità ed al concetto di famigliarità descritto in modo circolare?

L’essere padre mi ha permesso di perdonare mio padre e di comprendere tante cose. Quando siamo ancora ragazzi i genitori diventano il pungiball dei nostri drammi piccoli e grandi…nel momento in cui scopri la tua di paternità, capisci che ti impegni tanto, ma non sei perfetto; gli errori li compi di continuo, dunque guardi tuo padre e realizzi che anche lui li ha commessi, ma con amore, impegnandosi semplicemente ad essere padre proprio come te. Abbiamo tutti dei limiti ed ogni volta che guardo i miei, sorrido verso mio padre, memore di non essere stato tante volte generoso nei suoi riguardi. Nel mio rapporto da figlio sono stato a volte tanto duro ed oggi mi sono perdonato come figlio e mi perdono per i piccoli errori che commetto nell’essere padre.

– Provando a mettere insieme le pagine del libro, quale identikit ne deriverebbe sul tuo ruolo di padre?

Quello di un padre imperfetto, ansioso, poco normativo, fisico, perchè sono un papà che abbraccia tanto e non sa urlare. Dal libro emerge l’aspetto di quello che sento e dimostro ai miei figli: la gioia di impegnarmi per loro nonostante le mie imperfezioni.

Si parla sempre di crisi post partum per le mamme, poco del rapporto con la nuova sensorialità di tanti giovani che diventano papà. In che modo cambia l’emotività di un uomo quando realizza la paternità?

Cambia radicalmente. Nessuno te lo dice e quando lo racconti agli amici, ai colleghi, ti accorgi che navighiamo tutti sulla stessa barca, anche se non te lo palesano. C’è un pregiudizio sulla paternità. Quando la realizzi devi dimostrare che stai benissimo, seguendo il modello che la società ci ha imposto. In realtà un figlio è una bomba emotiva: hai di fronte le tue paure, quelle di tua moglie, l’assoluta mancanza di capacità (nessuno ti insegna come essere genitore) e il tutto ti getta nel panico. Anche per la coppia scoppia la bomba emotiva: non sei più tu l’unico in casa, tua moglie divide giustamente le attenzioni, si scontrano due modelli genitoriali e quindi familiari diversi (quello del padre e della madre per intenderci), che fino a poco prima erano taciuti. Non si tratta più del raccontarsi cosa piace all’uno e cosa all’altra, ma si tratta di educare un figlio. Nasce dunque un senso di inadeguatezza che penso abbiano tutti di fronte ad una cosa così importante.

– Come si può vincere questo senso di ansia che a volte può subentrare? 

La paternità è il viaggio più ‘figo’ che si possa fare perchè dentro c’è tutto, c’è l’emozione psichedelica di uno spaccato di sensazioni tutte nuove. La paura è esattamente accanto all’amore, come ho scritto nelle ultime pagine di #12 papà. Nel momento più critico della paternità, guardavo i miei nipoti, mia sorella e pensavo: ‘Ce la posso fare perchè sono innamorato dei miei figli’. Buttarsi nell’amore spinge a prendere per mano anche quel pezzo di paura che va attraversata in concomitanza coi bei sentimenti nel percorso della genitorialità.

– Hai calendarizzato il tuo racconto anche nel titolo del libro. Dodici mesi per dodici consigli da dare ai genitori brevemente?

Gennaio è il mese degli stati influenzali e per un genitore richiede pazienza; Febbraio col Carnevale presuppone giocosità e voglia di ridare divertimento alle cose insegnando ai bambini la leggerezza; Marzo è pazzo e ci invita a lavorare con la nostra follia, sentendo lo spirito che si ha dentro e molto spesso non ascoltiamo, presi dalla velocità dei nostri giorni. Il consiglio rivolto ai genitori è di assecondare la follia di dedicarsi ogni tanto un po’ a sè e alla coppia.  Aprile, mese della primavera ci invita ad imparare da essa con lentezza, grande capacità di attesa; a rinascere ogni giorno insieme ai nostri figli. Maggio è dedicato alle mamme e alle donne in generale. Credo si possa essere madri anche senza avere dei figli perchè l’amore è una capacità innata di accudire e non necessariamente se hai la fortuna di partorire, sei madre. Tutte le donne che hanno capacità di avere dentro un amore puro, sono tali. Ho conosciuto tante madri che non hanno bambini ma serbano dentro il talento dell’accudimento. Giugno è la fine delle scuole, il mattatoio per i genitori che non sanno che fare; l’invito è di rilassarsi e passare più tempo con i bambini. Luglio è il momento in cui bisogna preparare le vacanze per la propria famiglia. Parliamo di un’opportunità per genitori e figli, poichè si è fuori dai propri contesti di lavoro e di famiglia di origine. Restiamo solo noi in connessione con i figli ed è opportuno programmare il viaggio da fare insieme in termini di esperienza e vari registri da scoprire. Agosto è un mese molto stancante per i genitori con figli, perchè il mare non è mai un’esperienza pienamente rilassante. Esorto dunque a prepararsi psicologicamente nella consapevolezza che questo mese passerà velocemente e i bambini torneranno a scuola. Settembre è il mese dei buoni propositi invece, è un po’ il gennaio di tutti. Mi ricorda i tempi in cui da bambini iniziavamo a scrivere sul quaderno nuovo. Credo che ognuno debba avere la capacità di scrivere cose nuove per la vita familiare. Ottobre è un mese in cui accadono tante cose belle nella mia vita ( è nata mia nipote, mia figlia, mi sono sposato). Rappresenta l’inizio dell’inverno che per i genitori è tragico, ma per me incarna la rinascita. Novembre e Dicembre sono i mesi preparatori al Natale, quelli in cui grazie ai figli ti avvicini alla costruzione di gioie per loro anche se spesso senti la malinconia nel cuore per i tanti posti vuoti che nella tua vita non ci sono più e si chiamano persone care.

Hai rivolto un omaggio agli zii, sottolineando quanto siano importanti da celebrare per l’educazione dei figli. Spesso l’atto preparatorio alla genitorialità è proprio la ‘ziitudine’, come la definisci nelle tue pagine. Quanto è importante per un bambino costruire la propria identità anche attraverso gli zii?

Ci sono delle persone che hanno una capacità di amare che prescinde dall’essere o meno genitori. Io ho avuto degli zii che mi hanno dato tanto, come racconto nel libro, e che rappresentano il ruolo di supporters dei bambini anche senza la responsabilità educativa. Credo che allo zio o alla zia i bambini possano dire cose che non rivelano ai genitori, rivolgendosi comunque ad un adulto di riferimento. Gli zii sono la parte che va a risolvere le mancanze dei genitori. Un padre ed una madre non hanno tutto caratterialmente ed un fratello, un cugino, a volte anche un amico che i bambini chiamano zio, sono una valida spalla per i figli ed i loro genitori, al punto da poter colmare delle esigenze emotive di entrambe le parti. 

– Nel libro hai tracciato anche la figura di tua madre, descritta come una donna dai superpoteri, in grado di superare i suoi limiti. Possiamo dire che non esiste una paternità piena senza una maternità che sia altrettanto tale?

Assolutamente si. Questo l’ho compreso nei primi mesi di nascita di mio figlio in cui tutto era vincolato alla presenza della mamma e alla sua capacità di accudimento. Ho capito che il dovere di un padre è quello di rendere felice la madre. Questo avviene se realizzi che la tua paternità si sviluppa nel momento in cui devi aiutare la tua compagna, tua moglie, ad essere madre. Un buon padre deve risolvere i problemi alla madre, perchè una mamma emotivamente equilibrata, grazie anche all’appoggio del papà rende un figlio felice. Questa è la complementarietà della genitorialità piena, fatta di condivisione di ruoli in certi momenti anche distanti tra loro.

– La vita dei bambini di oggi è sicuramente più frenetica rispetto al passato, per cui si pongono all’orizzonte dei genitori nuove sfide da realizzare come in un tetris. Perchè si cade in questa trappola del fare tanto proiettando spesso i propri desideri sui figli?

Credo che la velocità di questi tempi ci metta davanti a delle sfide che potremmo tranquillamente non superare in quanto le sfide sono altre. Mi spiego meglio: se mio figlio non parla perfettamente dieci lingue, non è il campione della scuola di calcio, poco importa. Alcuni genitori proiettano sui figli desideri da loro irrealizzati. Il grande errore risiede a mio avviso nella proverbiale frase “Non vorrei che mio figlio affrontasse quello che è toccato a me’, perchè mio figlio non sono io. Credo che dobbiamo insegnare ai bambini come si fa ad essere sereni, nulla più. Nel libro parlo anche del confronto che i genitori compiono con i figli degli altri. In questo caso penso che ogni genitore debba operare un lavoro su se stesso per crescere un individuo libero capace di seguire i propri talenti. Spesso i figli non li guardiamo bene per quel che sono, non li conosciamo bene, in quanto desideriamo forgiarli per sopperire le nostre mancanze. Ecco, in tal caso reputerei utili dei corsi alla genitorialità, alla pari di quelli preparto o preallattamento, da far frequentare prima della nascita di un bambino. In questo il welfare familiare è carente ed i genitori sono lasciati ai propri errori.

– Nei capitoli del tuo testo non è mancata un’analisi approfondita sulle difficoltà attraversate dai genitori durante la pandemia. Quale punto di vista hai lasciato emergere?

Genitori e figli sono stati coprotagonisti di un momento drammatico durante il Covid-19: la gestione della lontananza dalla scuola e della DAD. I più deboli hanno pagato in questo isolamento; mi riferisco ad anziani e bambini. Nel loro caso si sono creati dei buchi emotivi che non so se riusciremo a colmare. Si è parlato tanto di istruzione, ma in realtà si è fatto poco o niente. Le scuole hanno riaperto, ma senza alcun cambiamento rispetto ad un anno fa per evitare il contagio. Si è fatto un ragionamento qualunquista senza badare al fatto che riaprire e chiudere di continuo fosse terribile per un bambino. Ai nostri piccoli è mancata la progettualità, come se loro fossero degli interruttori senza emozione da accendere e spegnere a piacimento. I miei figli sono ancora piccoli, ma penso agli adolescenti che sono stati privati di un momento di crescita fondamentale che non può essere dato dai genitori o da uno schermo, ma solo dallo scambio con gli altri. Della salute mentale di ciascuno di noi nessuno se ne è occupato, come se fosse subordinata alla salute fisica. Eppure sappiamo che non è così. Ho evidenziato a tal proposito nel libro anche l’importanza dell’altro, dell’estraneo nell’evoluzione emotiva di ciascuno di noi. Un incontro con l’altro è sempre una carezza inaspettata per la nostra vita, a cui talvolta non prestiamo attenzione, ma che può cambiare il corso della nostra giornata. Questo vale per la scuola, come per gli amici o i passanti che i nostri figli incontrano nel loro percorso. 

Ai tuoi figli e nipoti che ti hanno insegnato la genitorialità, quale dedica vorresti lasciare insieme a questo libro per il futuro, pensando anche al Giovanni bambino, ora padre, che si prendono per mano?

Vorrei solo che fossero felici come lo sono io quando penso a loro. Ricordando il bambino che ero, ora che sono diventato padre, mi e vi auguro di continuare ad avere paura, ad emozionarci, senza temere le nostre fragilità e senza fermarci davanti ad esse. Ai papà, cui è dedicata invece la mia scrittura, dico: “Fate figli”.

 

 

 

 

 

 

 

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Pina Stendardo

Giornalista freelance presso diverse testate, insegue la cultura come meta a cui ambire, la scrittura come strumento di conoscenza e introspezione. Si occupa di volontariato. Estroversa e sognatrice, crede negli ideali che danno forma al sociale.