Il “Lato Oscuro” di Goethe

Condividi
Napoli, 26 apr. – È da poco trascorsa la Pasqua: ci troviamo ormai nel vivo di una primavera a mio dire non maledetta, ma beffarda, caratterizzata da bruschi sbalzi di temperatura. Quest’oggi “lo Frate Sole (…) bellu e radiante” – volendo citare San Francesco-  rende ancor più mozzafiato il panorama del Golfo di Pozzuoli, e dai prati iniziano a sbocciare le prime roselline: è proprio tale fiore che il noto poeta e scrittore Tedesco Johann Wolfgang von Goethe ha reso oggetto di una delle migliori ballate della storia della letteratura europea e mondiale (dal titolo “Heidenröslein“, ossia “Rosellina della brughiera”), poi musicata dal genio indiscusso del pianoforte, ossia l’Austriaco Franz Schubert (che verrà poi soprannominato “il Divino”). 
Ogniqualvolta udiamo il nome di Goethe ci viene subito in mente la sua vasta produzione poetica e prosastica, all’interno della quale è d’uopo menzionare il “Faust” ed il romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther”; ma non intendo tenere alcuna lezione di letteratura in questa sede. 
In questa riflessione mi prefiggo l’obiettivo di illustrare, sia pur per sommi capi, un aspetto della vita di Goethe che sovente (purtroppo) sfugge alla maggior parte degli storici della letteratura: mi riferisco all’attività di costui in ambito giuridico, nel suo caso in veste di avvocato. 
Premetto di aver iniziato ad acquisire le mie conoscenze in merito nel corso di un mio brevissimo -ma al contempo intenso- soggiorno a Francoforte sul Meno, città in cui ho avuto il piacere di visitare la casa-museo, sita in Großer Hirschgraben, dove Goethe vide i natali il ventotto agosto del millesettecentoquarantanove
. Pur essendo dotato di un estro creativo a mio avviso stellare nel campo della letteratura e del teatro, Johann Wolfgang veniva da una famiglia di noti giuristi: suo padre, Johann Caspar, era un rinomato genio del diritto, oltre ad essere Consigliere del Kaiser (cioè dell’Imperatore); suo zio era uno dei “principi del Foro”, poi divenuto magistrato. Goethe si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza per volontà di suo padre: a giudizio di quest’ultimo era difficile assicurarsi il futuro con il mero lavoro letterario. La lettura di un saggio di Anton Kumanhoff, edito nel duemiladieci, mi ha permesso di far qualche approfondimento sugli studi e sull’attività forense del poeta. Costui iniziò il suo percorso didattico a Lipsia, dove condusse un’intensa “vita da studente”: pur non essendo il più brillante di tutti, preparava i suoi esami con zelo, dedicandosi altresì ad attività extra-accademiche in compagnia dei suoi colleghi. Ma questa Studentenleben si interruppe bruscamente dopo un anno e mezzo: il giovane Johann versava in uno stato di salute critico che lo costrinse a rientrare a Francoforte, dove si sottopose a delle cure. Guarito in tempi record, riprese gli studi recuperando, come si suol dire nel linguaggio corrente, alla grande: iscrittosi all’università di Strasburgo (città allora appartenente all’impero Germanico, non alla Francia), terminò gli esami “in tempo” e conseguì la laurea redigendo una dissertazione in diritto delle religioni. Rientrato a Francoforte, per Johann ebbe inizio il periodo della pratica, che terminò a Wetzlar.
La vita da avvocato, si sa, è molto impegnativa: una volta conseguita l’abilitazione all’esercizio della professione forense, Goethe iniziò a seguire cause di notevole rilevanza (ben ventotto in soli quattro anni), venendo poi addirittura scelto dal duca Carlo Augusto di Weimar (città in cui si stabilì sino alla morte, avvenuta nel milleottocentotrentadue) come suo consigliere preposto all’amministrazione, carica che mantenne sino a quando decise di intraprendere il suo viaggio in Italia, le cui tappe illustrerà poi in un noto capolavoro. Ma, data la sua mancanza di passione (il Kaumanhoff parla di lui come “il giurista che tale non voleva essere”), Johann veniva sovente aiutato dal padre nel mestiere di patrocinante legale. 
L’influsso della scienza giuridica sulla poesia del Goethe fu notevole: Kaumanhoff parla di un roter Faden, ossia di un “filo rosso” che funge da collante tra i due menzionati tasselli dell’attività del letterato, in modo da formare, a mio dire, un vero e proprio “mosaico”. Un esempio di ciò si rinviene fuor di dubbio nel “Faust“: nella nota scena in cui il protagonista -un “tuttologo” datosi alla magia convinto che, in fondo, “nulla ci è dato sapere”- stila il patto con il diavolo (Mefistofele), egli lo fa in quella forma scritta che la normativa vigente prevedeva per il perfezionamento di accordi contrattuali (ora recepita, se non erro, nel Codice Civile Tedesco, il Bürgerliches Gesetzbuch, meglio noto con l’acronimo BGB). 
La poesia di Goethe, dunque, era una vera e propria “poesia dei fatti” (Gelegenheitsdichtung), riferite a momenti ben precisi ed a casi concreti. Per dirla con Paolo Grossi, il legame tra diritto e vita è stretto ed al contempo inscindibile: ed è proprio questo l’insegnamento che già Johann Wolfgang von Goethe ci ha dato. 

NARDONE
loading...

Redazione

I nostri interlocutori sono i giovani, la nostra mission è valorizzarne la motivazione e la competenza per creare e dare vita ad un nuovo modo di “pensare” il giornalismo. [email protected]