Dottore? Ma mi faccia il piacere!

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Napoli, 4 apr. – Il mese di marzo è ormai terminato, ma quest’oggi, nonostante i sedici gradi esterni, la giornata non è certo delle migliori: stamani il sole era coperto dalle nuvole, il mare nel Golfo di Pozzuoli un tantino mosso, e nel pomeriggio, intorno alle quindici, ha avuto inizio la pioggia. Ma anche la mia mente è offuscata dalle “nuvole”: da vari giorni, infatti, sto riflettendo su un tema molto delicato, costituente un capitolo di rilevante importanza nella vita di ogni studente: trattasi della laurea triennale, altrimenti denominata “di primo livello”. Pochi giorni fa, mentre percorrevo il “Rettifilo” (con tale nome è noto il tratto del Corso Umberto I che da Piazza Bovio raggiunge Piazza Nicola Amore) per poi rientrare a casa in metropolitana, ho notato che il marciapiede brulicava di giovani con corone d’alloro in testa, lieti per aver concluso il proprio percorso accademico. A tal punto sorge spontanea la seguente domanda: ma la mèta è davvero raggiunta? La risposta non è facile da fornire: per tal ragione ho ritenuto opportuno compiere qualche studio approfondito sul tema, in modo da poter spiegare come stanno realmente le cose.
Con l’avvento della riforma del sistema universitario Italiano ad opera del decreto 509 del 3 novembre 1999, il percorso di studi si è in poche parole scisso, assumendo un vero e proprio carattere di sequenzialità: esso consiste (per ciò che riguarda alcuni dipartimenti) in due cicli didattici. Il primo di essi, della durata triennale, si prefigge l’obiettivo di fornire una formazione generale di base, in vista di un eventuale proseguimento del percorso accademico, ma altresì anche una preparazione specifica e professionale, che permette l’accesso al mondo del lavoro; il secondo ciclo, ossia la laurea specialistica, dura invece due anni: il suo intento è quello di approfondire le conoscenze e competenze sino a quel momento acquisite, offrendo allo studente un’elevata qualificazione in campi specifici della disciplina oggetto del proprio percorso. Tale step può anche seguire ad un’esperienza lavorativa affrontata dal discente: detta esperienza sarà poi valutata in crediti formativi universitari (CFU), il cui sistema è stato riformato radicalmente dal presente decreto. Come affermato di sopra in un inciso, non in tutti i dipartimenti vige il detto sistema: la ragione di ciò si spiega con il fatto che, con riguardo a discipline come la giurisprudenza, un laureato “breve” ha minori opportunità di lavoro rispetto ad un collega che ha conseguito la laurea magistrale (con tale termine s’intende quella “a ciclo unico”). Pertanto, nella Schola Juris dell’ateneo Federiciano di Napoli, si è deliberato –una decina di anni or sono- di eliminare definitivamente la scissione in tre più due. Lo stessa decisione dovrebbe essere presa per quanto riguarda altri indirizzi di studio a mio avviso delicati, tra i quali giuoca un ruolo fondamentale la psicologia: recentemente, mentre ero in viaggio sul treno regionale proveniente da Caserta –città in cui ha sede il dipartimento di psicologia della Seconda Università degli Studi di Napoli-  e diretto a Napoli Campi Flegrei, ho notato alcuni ragazzi discutere con due signore; alcuni di essi affermavano di essere “dottori in psicologia”. Le signore han poi domandato loro se avessero conseguito la laurea triennale o quella specialistica: il sottoscritto era già a conoscenza della risposta che i due avrebbero dato, essendosi accorto che, al momento della partenza del treno, essi discutevano in modo manifesto riguardo ad alcuni “esami da sostenere”. A tal punto mi son chiesto se il titolo di “dottore” fosse appropriato anche per i cosiddetti “laureati brevi”. Il significato di tale termine è quello di persona che ammaestra in una dottrina, ed è adoperato da Dante Alighieri con riferimento al poeta Latino Publio Virgilio Marone, da lui considerato un maestro; ma che cosa sarebbe in grado di insegnare, cari Lettori, una persona che abbia frequentato soltanto tre anni di università (a prescindere dal fatto che prosegua o meno gli studi)? In altri paesi europei, come ad esempio in Germania e nella Repubblica d’Irlanda, si diventa dottore soltanto in caso di discussione di una tesi di dottorato, momento che segue necessariamente al conseguimento di una laurea “lunga”. 
La risposta al quesito di cui sopra è la seguente: ritengo assolutamente impensabile che in soli tre anni un percorso universitario possa dirsi effettivamente terminato. Quindi, ricordando il grande Totò a cinquant’anni dalla sua morte, invito chi si definisce “dottore” senza essere tale in concreto a “farmi il piacere” di non fregiarsi di tale titolo. Non mi si fraintenda: il mio monito non ha alcun intento offensivo nei confronti dei laureati triennali, nei cui confronti nutro stima e rispetto; ma, stando al significato del termine “dottore”,  l’inappropriatezza del titolo con riguardo ad essi è, a mio avviso, palese. 
 
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NARDONE

Redazione

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