‘Donne senza volto’, Giulia Campece “angelo vendicatore” delle donne dall’Ottocento al Dopoguerra

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Napoli, 27 mag. – E’ un libro dialogato, che si predispone alla rapida lettura e restituisce volto alle donne vittime di contesti familiari oppressivi e maschilisti, giustificati da una legge fatta da uomini per altri uomini. Attraverso le storie vere delle protagoniste del territorio campano ambientate tra fine Ottocento fino ad arrivare agli anni Cinquanta, in ‘Donne senza volto‘ si ricostruisce il vissuto femminile e la negazione dei suoi diritti in un’epoca in cui il femminicidio non era reato, ma veniva giustificato dal “delitto d’onore”.

NARDONE

La scrittrice Giulia Campece raccoglie i ricordi della sua famiglia, riporta alla memoria collettiva le storie ascoltate da donne comuni e le inserisce in una summa di racconti, la cui prefazione è curata dalla prof. Vittoria Caso.

In collaborazione con il progetto Biblioteca attivato all’Istituto Comprensivo Carducci-King (Casoria), dalla docente Adele Marino in ricordo di Pina Mugione, tra musica e letture dal vivo, si dà voce alle protagoniste di ‘Donne senza volto’, libro vincitore della sezione narrativa al settimo Premio Internazionale di Letteratura città di Napoli, organizzato dall’Accademia Napoletana Federico II.

– Prof. Campece, come nasce l’idea di ‘Donne senza volto?’

Nasce per vendicare le donne che hanno subito violenza. In effetti io ho vissuto alcune di queste storie; quindi sono dentro di esse e conosco le donne di cui ho parlato. Sono vicende realmente accadute nel mio paese e nel circondario dell’interland napoletano.

– Come è venuta a conoscenza di queste storie?

Vivendo in un ambiente abbastanza popolare, nella casa e nel palazzo di una sarta in cui tutte le donne entravano per aggiusti o per farsi confezionare degli abiti, le ho ascolate in questo salottino di pettegolezzi. Ogni signora si fermava lì e raccontava le proprie storie e quelle degli altri. Da piccola sono stata in mezzo a loro ed anche se venivo allontanata, restavo con la scusa di giocare ed ascoltavo tutte le vicende di queste signore. Le ho portate con me e da adulta quando ho cercato riscontro, ho trovato conferma ai miei ricordi. Ho approfondito e perfezionato il racconto. Mi sono resa conto che queste storie di cronaca dovevano essere scritte perchè queste donne erano così trascurate e malandate, che quasi hanno perso la loro identità. Ho voluto ridare un volto a queste madri, mogli, sognatrici, diventate trasparenti per le vicissitudini della vita.

– Un racconto del libro a cui è particolarmente legata?

Sono tutti dei  racconti abbastanza sofferti, perchè ogni volta che ho decritto un personaggio mi sono immedesimata nel suo dolore. Un racconto a cui sono legata è quello che coinvolge un mio familiare stretto…bene o male in questa storia sono stata invischiata anche io indirettamente.

– A chi dedica questo libro?

Nel libro ho dedicato le storie delle “mie” donne a mia madre: “A te mamma, dolce e ingenua come una bambina. Tratti comuni alle mie donne. Spero di aver regalato un sorriso insieme a forza, vigore e riscatto”.

L’insegnamento che vorrebbe dare alle donne di oggi e a chi subisce violenza?

Le protagoniste del libro spesso sono state vittime di uomini con cui si sono legate senza decidere volontariamente di unirsi in matrimonio. Una volta accadeva questo! Alcune si sono sposate anche per amore, ma poi i mariti si sono rivelati troppo gelosi o troppo legati alla madre. La maggioranza delle donne non era padrona di scegliere e sposava un uomo che non conosceva. Alle donne di oggi dico di imparare a conoscere bene prima se stesse per poi sapere come e chi scegliere accanto. Noi abbiamo la possibilità di scelta. Soffermiamoci bene a conoscere un uomo, senza donarci a lui con troppa superficialità.

 

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Pina Stendardo

Giornalista freelance presso diverse testate, insegue la cultura come meta a cui ambire, la scrittura come strumento di conoscenza e introspezione. Si occupa di volontariato. Estroversa e sognatrice, crede negli ideali che danno forma al sociale.