Diego e Napoli, essenze uguali di dimensioni diverse

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di Luca Muratgia.

Proprio oggi ricorre la giornata che ricorda la morte di Diego Armando Maradona, due anni fa il Pibe de oro si spense e, paradossalmente, proprio con la sua morte, a livello globale, è esploso un enorme sentimento, una inimmaginabile passione che ha rivelato il reale spessore e il vero valore di questo uomo, capace di monopolizzare giornali e dibattiti, fino a diventare uno degli individui più conosciuti dell’intero pianeta.
Questa essenza eterea, avvolgente e dirompente è sgorgata e sgorga ancora e sgorgherà per sempre trovandoci di fonte ad un fenomeno che assume i connotati del mito e quando si parla di mito, inevitabilmente si tracima l’aspetto squisitamente calcistico che ovviamente risulterebbe particolarmente stretto e riduttivo.
Questa citata essenza ha avuto due località capaci di diventarne la sua fonte, Buenos Aires e Napoli. La capitale argentina rappresenta la nascita, il legame biologico, di sangue. E poi c’è Napoli, già Napoli, e il legame tra Maradona e la città partenopea rappresenta un aspetto che merita una riflessione a parte. È un argomento che, per certi aspetti,  sfiora i connotati della leggenda. Quando Maradona fu ingaggiato nel lontano 1984, nel guardare Napoli, si guardò allo specchio, Maradona è Napoli e Napoli è Maradona, paradiso e dannazione sotto dimensioni diverse. Anarchia e trasgressione, furbizia,  calore individuale e sociale. L’adorazione e la venerazione dei napoletani trovano le loro radici nel fatto che, storicamente, a queste latitudini, ad ogni promessa è corrisposto un tradimento mentre Diego è stato l’unico che ha tenuto fede ai propri impegni. È riuscito nell’impresa di far sentire i napoletani vincitori, per la prima volta. Al momento del suo ingaggio, la città versava in una condizione perlomeno critica, come del resto lo è sempre stata, ma con il macigno di un recente, catastrofico terremoto, ma soprattutto con lo scempio che dal terremoto stesso ne è conseguito. Una città difficile, “impraticabile “ con migliaia di problematiche e contraddizioni mai risolte, sedimentate e cronicizzate. Una città che nel contesto nazionale assurgeva a ruolo di perdente predestinata e che mai avrebbe avuto la possibilità di elevarsi e contrastare in qualsiasi modo lo strapotere economico, politico e sociale delle grandi città settentrionali. Una capitale decaduta che scontava la sconfitta a suon di batoste, mortificazioni, in balia del degrado. Le regole erano chiare, Napoli poteva pure risultare simpatica, con la sua alea scanzonata e “pazzarella” ma guai a tentare di vincere, guai a voler primeggiare. Ebbene Maradona ha violato questo “sistema “ , si è ribellato pagandone poi amaramente, e sulla propria pelle, le conseguenze. Improvvisamente Napoli ha iniziato a diventare antipatica, ad essere odiata ad ogni latitudine del territorio nazionale. I razzismo o “la discriminazione territoriale “, come a qualcuno piace identificarlo, è diventato fenomeno ricorrente, aggressivo evidente. Al contempo quella che rappresentava una realtà a dimensione estremamente locale e provinciale, improvvisamente, proprio grazie al “Diez”, è diventata una realtà globale, riconosciuta in ogni meandro più remoto del pianeta e non più solamente per fenomeni di degrado e prevaricazione legati alla criminalità organizzata. Diego ha dato luce al buio in cui questa città era disperatamente avvolta, ha creato speranza nella rassegnazione di un destino che sembrava immodificabile.  Si è rimasti esterrefatti dell’amore che ha seminato quest’unico uomo nel mondo, perché ciò che si è osservato nei giorni immediatamente successivi alla sua morte,  rappresenta una dimostrazione d’amore dell’intero globo nei suoi confronti, tutti, indistintamente, capi di stato, compagni di squadra, avversari, hanno manifestato sinceramente il proprio dolore, e tributato il giusto, doveroso e sacrosanto riconoscimento. Per quanto detto, non può che suscitare tenerezza chi critica il lato umano di Diego, perché se finirà, come finirà, sui libri di storia è perché l’uomo Maradona è stato addirittura più grande del Maradona calciatore  perché non si finisce sui libri di storia solo perché si è un grande giocatore. Dall’alto della sua immensità, difendeva sempre gli ultimi, chi aveva meno voce in capitolo, ha difeso Napoli , la sua gente,  da circa un secolo  umiliata, sopraffatta e svilita ed è riuscito in tale impresa (lui che di origine non era napoletano) come nessun altro napoletano era mai riuscito prima, se oggi si può palare con orgoglio della propria appartenenza partenopea,  dell’ essere napoletano, lo si deve anche e soprattutto lui, che ha istillato “l’orgoglio nazionale” in un’intera popolazione. Da qui nasce il miracolo di questo legame con Napoli che  acceca, stupisce e, pur con  l’onore, l’orgoglio e il privilegio di chi ne protagonista, fa addirittura paura, tanto ne è forza, lo spessore, l’irrazionalità. un rapporto ed un legame assoluto, anomalo fuori da ogni logica, sacro. Purtroppo la sua inimmaginabile grandezza è stata direttamente proporzionale alla sua capacità autodistruttiva, questo aspetto provoca,  ancora oggi, altrettanto malessere e sofferenza come me lo provocherebbe se la stessa attitudine la avesse un fratello o un figlio, soprattutto in considerazione del fatto che questa capacità autodistruttiva ha dato voce a personaggi squallidi pronti a giudicare e a moralizzare. Per fortuna la storia si ricorderà di lui e queste voci resteranno, di fronte a tanta grandezza, di fronte alla Storia, la nullità più assoluta. In estrema sintesi, per quanto sopra esposto e riportato,  si evince la differenza con tanti altri grandissimi campioni  come ad esempio Pele Messi Di Stefano Crujff Ronaldo etc; finiranno tutti sui libri della storia del calcio. Diego invece finirà sui libri di storia e basta. Se ogni singolo napoletano potesse parlargli, anche solo per un secondo, l’unica parola che potrebbe pronunciare è GRAZIE, per un un numero incalcolabile di motivi.