‘Dal sogno alla scena’, l’incantevole semplicità di Daniel Pennac a teatro é disarmante

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La bellezza non vive di orpelli, ma di cose semplici. Lo dimostra al Teatro Nuovo di Napoli, Daniel Pennac, il celebre scrittore che porta sul palco ‘Dal sogno alla scena’.

Il gioco teatrale di Pennac a cui si assiste é accattivante nell’uso del bilinguismo tra francese ed italiano. È elogio al sogno e al caso da cui nascono gli elementi dell’arte; contemporaneamente è omaggio a Fellini e al suo estro. Pennac lo cita quale degno rappresentante di immagini del subconscio messe in scena sul palcoscenico della vita, tradotte in questa occasione teatrale in formula di auto racconto, con cui lo scrittore incontra il pubblico.

Sulle tavole teatrali lo scrittore dona voce ai suoi racconti, ai romanzi scritti nel tempo, toccando temi delicati come quello della sofferenza degli immigrati, che arrivano tutti dall’inferno delle guerre del mondo.

Il gioco della traduzione dal francese all’italiano esalta ogni singola parola, che viene replicata di volta in volta, dalla voce calibrata, calda, modulata alla perfezione, degli attori Demi Licata e Pako Ioffredo. Come un movimento di ombre cinesi riflesse su una bianca parete, le parole prendono vita attraverso la mimica dei due interpreti e accalappiano letteralmente l’attenzione di un pubblico attento, tanto da sorridere e trattenere il fiato ad ogni passo di Daniel Pennac.

Di sé l’autore racconta l’approccio casuale avvenuto dieci anni fa con il teatro, che ha scelto poi di non abbandonare più; l’esordio come scrittore, derivato dal suo desiderio, quando era ancora un bambino, di ricevere ascolto al suo parlare, mentre i genitori restavano perennemente in silenzio rispetto a questa esigenza. Immagina allora di avere uno sprone al racconto da Vladimir Nobocov da cui dice di aver tratto un grande insegnamento: “La necessità non è sufficiente per scrivere, bisogna che l’autore conosca il personaggio principale di tutti i romanzi della letteratura esistenti: il caso”.

Il riferimento che arriva a zio Federico (Fellini per intenderci), evidenzia uno spaccato del mondo cinematografico che tutti ci invidiano; parla dell’importanza dell’improvvisazione dell’attore, che anche se dimentico della sua parte, non deve mai trasformare la non rimembranza in dramma. Un bravo attore lo è quando sa destreggiarsi nel gioco delle parti, anche recitando i numeri per tradurli in emozioni da scena.

Non c’è sensazionalismo di scenografia o costumi nello spettacolo di Pennac, eppure esiste l’essenziale: la parola ben comunicata. Questo ci dimostra come a teatro il senso della buona resa dipenda da un testo ben scritto e poco più, perché come ci insegna Pennac, quando le parole hanno significato, scavano la roccia ed arrivano anche allo spettatore più esigente.

Pina Stendardo

Giornalista freelance presso diverse testate, insegue la cultura come meta a cui ambire, la scrittura come strumento di conoscenza e introspezione. Si occupa di volontariato. Estroversa e sognatrice, crede negli ideali che danno forma al sociale.