Crisi di Governo: Conte si è dimesso

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Una maggioranza stabile e un governo più solido. Saranno questi i parametri con i quali Sergio Mattarella valuterà i passi che dovranno seguire alle dimissioni di Giuseppe Conte. Il premier ha annunciato le decisione al Consiglio dei ministri, convocato questa mattina alle 9, è salito alle 12 al Quirinale per rassegnare formalmente le dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica e ha lasciato il Colle dopo circa una mezzora di colloquio. Poi gli incontri con il presidente del Senato, Casellati e dal presidente della Camera, Fico. Non è prevista alcuna conferenza stampa, mentre è atteso un videomessaggio rivolto agli italiani, in cui Conte spiegherà la sua decisione.

I passaggi. Si tiene questa mattina di martedì alle 9 il Consiglio dei ministri in cui il premier, Giuseppe Conte, si dimette con la sua squadra da presidente del Consiglio. All’ordine del giorno, infatti, ci sono le dimissioni del presidente del Consiglio. Dopo il consiglio dei ministri, il premier Giuseppe Conte sale al Quirinale per conferire con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

“Se Conte non pone veti su Iv, la delegazione Iv non porrà veti sul suo nome”, avevano fatto sapere lunedì sera dal partito di Matteo Renzi.

Ed ecco i passaggi della crisi prima della formazione di un altro esecutivo.

Al Quirinale. Quando il presidente della Repubblica riceve le dimissioni del premier può decidere, dopo consultazioni dei gruppi parlamentari, di conferire un mandato esplorativo ad un personaggio istituzionale (nel 2018 Mattarella lo conferì ai presidenti di Camera e Senato), o dare il mandato pieno o esplorativo al presidente del Consiglio uscente (che accetterebbe con riserva), oppure direttamente avviare proprie consultazioni al Quirinale: con i presidenti delle Camere, i rappresentanti dei gruppi parlamentari di Camera e Senato ed il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano.

Le consultazioni gli servono per constatare la situazione e, di conseguenza, assumere decisioni sulla nomina di un nuovo presidente del Consiglio o, eventualmente, sul conferimento di un altro mandato esplorativo. L’ultima ratio, in caso di impossibilità accertata di formare un nuovo esecutivo, è che decida di sciogliere le Camere per andare ad elezioni.

L’attività di governo. Con le dimissioni, e fino al giuramento di un nuovo Esecutivo nelle mani del Capo dello Stato, il governo uscente rimane in carica per lo svolgimento degli affari correnti. Tra questi rientra l’eventuale emanazione di decreti legge in casi di necessità ed urgenza.

Il Parlamento. In mancanza del rapporto fiduciario, con la crisi di governo si ferma tutta l’attività parlamentare, eccetto che per gli atti urgenti come la conversione dei decreti legge in scadenza. L’attività ordinaria delle Camere riprende solo dopo che il nuovo Esecutivo avrà incassato la fiducia da entrambe le Camere.

Relazione sulla giustizia. In base alla riforma della legge sull’Ordinamento giudiziario del 2005, entro il ventesimo giorno dalla data di inizio di ciascun anno giudiziario, il ministro della Giustizia rende comunicazioni (cui segue un voto) alle Camere sull’amministrazione della giustizia nel precedente anno. La relazione (in calendario alla Camera per mercoledì 27 gennaio) è di fatto propedeutica alla inaugurazione dell’Anno Giudiziario in Cassazione. Tuttavia, si registrano due precedenti di relazioni presentate ma non votate. Il primo è stato nel 2008, quando l’allora Guardasigilli Clemente Mastella si recò in Aula a Montecitorio per tenerla a poche ore dall’arresto (ai domiciliari) della moglie Sandra Lonardo. Mastella parlò alla Camera ed andò a dimettersi, per cui non ci fu un voto sulla relazione. L’unico precedente di relazione tenuta durante un governo dimissionario risale, invece, all’epoca di Mario Monti nel 2013. Si decise in quella occasione di dare per assolto l’obbligo con la semplice trasmissione della relazione alle Camere senza svolgere le comunicazioni in Aula.

Sull’argomento, intervistato da Il Giornale, è intervenuto il leader di Forza Italia, Silvio Berusconi: «La maggioranza parlamentare che ha sostenuto questo governo si è dissolta […] le strade possibili sono soltanto due: un governo che rappresenti veramente l’unità del Paese oppure restituire la parola agli italiani».

Per l’ex premier non ci sarebbe spazio per un Conte Ter perché «avrebbe gli stessi problemi del governo in carica. Non lo potremmo mai appoggiare». Berlusconi ha sottolineato come «il nome del premier è l’ultimo dei nostri problemi» e serve «non è un governo tecnico ma un governo rappresentativo dell’Italia».

Berlusconi, poi, è già al centro delle elezioni del prossimo Capo dello Stato che, se non si andrà ad elezioni nel mese di giugno, sarà scelto dall’attuale legislatura. Matteo Salvini ne ha già fatto menzione, forse anche per tenere a bada i forzisti all’interno dell’opposizione dal momento che FI potrebbe sostenere un nuovo governo senza Conte anziché il voto.

Sul tema, però, Romano Prodi non è d’accordo: «Non ritengo che Berlusconi abbia la maggioranza per andare al Quirinale, però tutto può avvenire in questo quadro politico. Di solito al Quirinale vanno persone meno controverse, proprio perché la funzione del nostro Presidente della Repubblica è quello di aiutare una convergenza e non una polarizzazione del sistema».

Redazione

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