Charlie, che amarezza

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Al termine di una settimana ricca di impegni, accademici e non, mi concedo il lusso di trascorrere qualche giorno di tregua a Praia a Mare, piccola cittadina dell’alto Cosentino che in estate vive un vero e proprio boom demografico: infatti, sin dall’ultima decade di giugno il paese si popola di villeggianti, provenienti da ogni parte del mondo, specialmente dal Vecchio Continente.

NARDONE

Il risveglio di stamani si è rivelato per me amaro, nonostante il riposo indisturbato: infatti, nel momento in cui ho iniziato a leggere i quotidiani in versione digitale, ho osservato che la prima pagina di ogni testata, Italiana e non, poneva in evidenza la vicenda del piccolo Charlie, bambino Inglese venuto al mondo dieci giorni or sono, ma affetto da una patologia genetica definita dai medici “incurabile”: per tal ragione i sanitari, di concerto con la famiglia del piccolo, hanno deciso di ricorrere ad una pratica a mio dire disumana ed al contempo vergognosa: l’eutanasia.

Il termine deriva dalla lingua Greca, precisamente dal prefisso eu che indica qualcosa di “buono”, e dal termine thanatos, che traduce la parola “morte”. A tal punto sorge spontanea la seguente domanda: è possibile, nel duemiladiciassette, parlare di “morte buona”, specie in un paese “sviluppato” come il Regno Unito, che per giunta si dichiara “Cristiano”? Direi proprio di no! La cosiddetta eutanasia altro non è che un oltraggio alla dignità umana, oltre ad esser considerata dai Cristiani come peccato di particolare gravità.

Alcuni oppositori della dottrina Cristiana mi hanno invitato stamani a mettermi nei panni del pargoletto e dei suoi familiari, ed a riflettere sulle condizioni in cui versa questa famiglia; la mia risposta a questi interrogativi da Sadducei è stata la seguente: la vita sulla terra è un dono di Dio, del quale l’uomo, Sua creatura e da Lui considerato -come leggiamo nel Libro della Genesi- “cosa buona” (ecco che compare di nuovo il prefisso eu sopra menzionato), non è padrone, bensì amministratore. Per tal ragione, né un medico (professionista chiamato a mettere il proprio talento a disposizione dei consociati, nei cui confronti egli ha un’obbligazione di mezzi, non di risultato) né tantomeno dei genitori (che hanno il dovere di prendersi cura dei propri figli) od i membri di una famiglia nel caso di un caro gravemente ammalato dovrebbero pensare di prendere la medesima decisione che hanno assunto i familiari di Charlie.

A parlare di dignità umana non è solo la dottrina della Chiesa: si pensi agli articoli tre e quarantuno della nostra Carta Fondamentale, i quali ne ribadiscono la rilevanza, rispettivamente, in merito alla posizione del Cittadino di fronte alla legge ed alla libertà d’iniziativa economica di ciascun consociato. Cari Lettori, se ad un certo punto si decide di staccare una spina dalla presa di corrente al pari dell’alimentatore di uno smartphone…..che eguaglianza ci sarebbe? E il rispetto quel diritto alla vita contemplato dall’articolo trentadue della Costituzione -ed in parte anche l’articolo due della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che a mio parere andrebbe rivisitato- sarebbe garantito? Così facendo…….decisamente no.

Al termine di questa riflessione, ritengo sia d’uopo rivolgere  alla Regina Elisabetta II del Regno Unito – che ricopre il duplice ruolo di capo dello stato e della Chiesa Anglicana- ed alle Autorità Britanniche l’invito a non permettere che l’eutanasia venga messa in atto: it’s a murder, nothing else (It.: essa è un omicidio, null’altro)!

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Redazione

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