8° della strage di Capaci, ministro Lamorgese: le istituzioni e la società civile hanno tutti gli anticorpi necessari per contrastare le mafie

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Il ricordo e l’onore tributato alla memoria del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo impone a tutti noi – anche in questo 28° anniversario della strage di Capaci – il dovere di non disperdere un impegno quotidiano per la legalità che ancora oggi manifesta tutta la sua carica ideale.
La mafia che 28 anni fa ha assassinato il giudice Giovanni Falcone temeva soprattutto la forza, l’esperienza e la tenacia di un magistrato impegnato per anni a sezionare la struttura segreta di Cosa nostra, con le sue ramificazioni e le sue trame nel settore delle imprese e nel mondo degli appalti pubblici.
Quel patrimonio di idee e di conoscenze – cementato in una cultura dell’indagine rigorosa perché condotta senza facili scorciatoie – è rimasto intatto nell’eredità che ci ha lasciato il giudice Falcone, la cui memoria è ormai nel sentimento comune dei cittadini e dei tanti giovani che nel 1992 neanche erano nati. Soprattutto a loro dobbiamo dire che lo Stato c’è. Che magistratura e forze di polizia si impegnano tutti i giorni e che fanno registrare importanti successi. E dobbiamo dire loro anche che la lotta contro le mafie continua con la stessa intensità, seppure in un contesto storico e sociale mutato e in continua evoluzione.
1 Come ci hanno insegnato i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche lui temuto e per questo assassinato da Cosa nostra, le mafie sanno di poter contare su una grande capacità di adattamento. E per questo sfruttano ogni occasione utile, anche ora l’emergenza sanitaria per il Covid19, perché le opportunità di investimenti opachi rappresentano da sempre la chiave d’accesso che apre la porta all’inquinamento dell’economia sana a favore di quella illegale.
Oggi la crisi di liquidità e le difficoltà in cui versano le aziende e tante famiglie rappresentano il terreno di coltura ideale, ancora più fertile, sul quale le mafie si stanno muovendo per offrire, con rinnovata forza, aiuti, welfare, beni e servizi: per conquistare spazi di mercato ma anche acquisire consenso sociale.
Ai tempi della crisi economica generata dal Covid-19, le organizzazioni mafiose esercitano la loro pervasività attraverso l’usura, la rilevazione delle attività in crisi e l’intercettazione dell’enorme flusso di denaro pubblico, che poi porta anche ad alimentare fenomeni di corruzione e collusione e l’infiltrazione nel settore degli appalti.
Ora più che mai, in questa situazione senza precedenti, lo Stato deve tenere alta la guardia. Le istituzioni e la società civile hanno tutti gli anticorpi necessari per impedire alla mafia di approfittare di questa gravissima emergenza.
2 Le mafie hanno cambiato pelle ma non hanno mutato la natura criminale del loro progetto. E’ necessario, dunque, vigilare sulle segnalazioni di operazioni finanziarie sospette, monitorare le procedure per l’erogazione dei fondi nonché l’acquisizione delle imprese: in questa fase c’è il rischio concreto che flussi di denaro pubblico finiscano nelle tasche sbagliate e i proventi illeciti vengano utilizzati per acquisire quote e pacchetti azionari delle imprese sane.
La cultura della legalità e i valori non trattabili della lotta alla criminalità mafiosa, che oggi utilizza raffinati strumenti finanziari più che la forza delle armi, fanno parte ormai del Dna delle istituzioni repubblicane.
Si tratta di un patrimonio civile e morale che dobbiamo a chi – nella magistratura, nelle forze di polizia e in tutti i settori della società civile – ha sacrificato la propria vita per difendere le regole e i valori che sono alla base della convivenza democratica della nostra comunità.
Quella del 23 maggio – nel ricordo di Giovanni Falcone e di Francesca Morvillo e degli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo – è una data che da 28 anni rimane indissolubilmente legata alla storia del nostro Paese.
Che ha il dovere di non dimenticare e di confermare, giorno dopo giorno, la fiducia nella forza dello Stato.

Il 23 maggio 1992, a pochi chilometri da Palermo, la mafia mise in atto un attentato dinamitardo sull’autostrada A29

Il giudice Falcone venne assassinato a Capaci, il 23 maggio 1992, mentre rientrava da Roma, dopo essere atterrato all’aeroporto di Punta Raisi. Il giudice con la moglie Francesca Morvillo e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza erano su una Fiat Croma bianca, mentre sulla Fiat Croma marrone, che viaggiava davanti, c’era alla guida Vito Schifani, con accanto Antonio Montinaro e sul retro Rocco Dicillo; nella terza vettura Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo.

Giovanni Brusca azionò il telecomando che provocò l’esplosione di 500 kg di tritolo sistemati all’interno di fustini in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada: solo gli occupanti della terza vettura si salvarono miracolosamente insieme ad una ventina di persone che al momento dell’attentato si trovarono a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell’eccidio. Alle 19.05, a un’ora e sette minuti dall’attentato, Giovanni Falcone morì e con lui persero la vita sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della loro scorta: Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo.

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