Caso Cardito riflessione di Francesca Beneduce – “Non chiamiamolo raptus” è l’omicidio di un bambino –

Napoli, 28 gennaio- Ci sono fatti che per la loro gravità umana e sociale, nell’immediato, non hanno alcuna necessità di essere compresi ma condannati, senza appello. Seppure un perché, che aiuti a comprendere, ad accettare, a lenire un dolore, ci sia sempre, in taluni casi il perché va lasciato lì dove si trova. C’è una dimensione dove i colpevoli di un crimine sono più colpevoli di altri e sono i colpevoli senza giustificazione, senza attenuanti. Tra l’indifferenza delle Istituzioni oggi viene salvata la vita di una bimba di otto anni, dal gesto pietoso di una vicina, mentre per il fratellino non c’è stato scampo, morto sotto i colpi di un accanimento violento senza uguali. Le notizie si rincorrono, si approfondiscono i contorni nebulosi di una storia che nessuno vorrebbe leggere e soprattutto raccontare. I segnali c’erano, ci sono stati perché nessuno ha preso sul serio la questione? In questa triste storia va evidenziato il gesto di questa vicina che non è rimasta indifferente, ha atteso forse anche troppo, ma sicuramente è intervenuta. Tanti gli interrogativi, tanti i tecnici che parleranno, siederanno in talk show ma intanto un bambino è morto ed un’altra è in gravi condizioni in un letto d’ospedale, SOLA senza nessuno a starle accanto e forse dato il caso, è un bene. Si rincorrono sui social tanti punti di vista, chi vorrebbe quest’uomo morto, chi vorrebbe fosse incarcerato a vita. In questi casi la morte può giungere liberatoria, una reclusione a vita, anche, se data la giovane età, intorno ai 50 anni, nella migliore delle ipotesi, sarebbe libero di rifarsi una vita. E allora? L’ordinamento italiano prevede pene adeguate al crimine, ma c’è idonea adeguatezza per mani che si sporcano del sangue di un bambino?

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